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CARITAS
Gruppo Caritativo

“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, ero nudo e mi avete dato i vestiti, ero malato e siete venuti a curarmi, ero in prigione e siete venuti a trovarmi”
Matteo 25, 31-40

Cosa dire della Caritas parrocchiale?
È un continuo lavoro che pochi vedono o conoscono, ma di cui è giusto parlare perché siamo tutti responsabili di quella parte della Comunità che vive nelle difficoltà e nel bisogno. E non si tratta solo di difficoltà economiche, anche se l’aiuto in denaro è indispensabile in tante situazioni.
Si tratta molto spesso di necessità diverse perché c’è un numero sempre più alto di persone che hanno bisogno di una parola, di ascolto, di consiglio, di assistenza di tanti tipi, soprattutto di quella necessaria di fronte alla burocrazia. Sono persone che da sole per i motivi più diversi, come una malattia o la vecchiaia o il disagio, non ce la fanno ad affrontare i problemi di ogni giorno. Sono come quelli che corrono per salire sul bus e lo perdono sempre: hanno perso il ritmo della vita di oggi che è sempre più veloce e complicato.
Cosa fa allora la Caritas in concreto? Aiuta persone colpite da malattie gravi e lunghe che hanno esaurito finanze e coraggio. Aiuta tanti e tanti anziani che dovrebbero vivere con la pensione minima (o anche meno). Aiuta bambini e ragazzi che alle spalle non hanno genitori sempre presenti, sempre responsabili, sempre capaci. Li segue perché abbiano almeno il sufficiente sopra il tavolo ogni giorno, perché vadano regolarmente a scuola, perché parlino con qualcuno dei loro problemi e non si sentano mai degli abbandonati. Visita tanti anziani che non hanno parenti vicini e soffrono di solitudine come di un vero male. E ancora e ancora… Questo va detto perché, quando la Comunità chiede di donare del proprio denaro o energia o tempo o capacità, sappiamo regolarci di conseguenza, conoscendo cosa dice il Vangelo a proposito di chi ci vive vicino e passa i suoi giorni nel dolore. Su questa risposta credo che siamo e saremo misurati come uomini e come cristiani.

Luana Fattoretto
Tel. 041 911314

“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
[…] Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte la più grande è la carità!”. (1 Corinzi 13, 1-13)
Questa, di San Paolo, è, giustamente, una delle pagine più belle e più conosciute. È l’inno alla carità. Eppure le sue sono anche parole estremamente radicali ed inquietanti.
È radicale Paolo perché ci costringe a scendere, letteralmente, alla radice del nostro essere cristiani.
Essere cristiani, essere discepoli di Gesù Cristo significa essenzialmente questo: seguirlo nella via dell’amore. “Vi do un comandamento nuovo”, dice Gesù nel Vangelo, “che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13, 34-35)
Saremo riconosciuti suoi discepoli non per le nostre parole, forse neppure per gli atti di culto, ma per l’amore che riusciremo a portare nel mondo, saremo suoi testimoni se riusciremo a continuare ad amare gli uomini e il mondo, questi uomini e questo mondo, così come Gesù ha fatto.
Ma è anche una parola inquietante perché la carità di cui parla Paolo va molto al di là di quello che noi normalmente intendiamo con questo termine. Paolo ci invita non tanto a fare la carità ma a vivere nella carità, ci invita alla gratuità, alla solidarietà, all’attenzione verso gli altri, gli ultimi, quelli che forse ci sono nemici… “Se non avessi la carità”, dice Paolo, “Sarei un bronzo che risuona, un cembalo che tintinna, anche se avessi il dono della profezia, anche se dessi tutte le mie sostanze”.
Ecco, è questo l’invito che oggi vogliamo farci: cominciare a pensare alla carità come una dimensione che si ha dentro, che si è e che certamente poi si concretizza nei gesti concreti di tutti i giorni con cui incontriamo gli altri.
Sul piano pratico, poi, noi siamo una realtà un po’ strana: quando serve, siamo in tanti, e quando non serve scompariamo.
Per esempio: per raccogliere fondi abbiamo alcuni appuntamenti già fissati. I primi giorni di novembre presso il cimitero; la distribuzione dell’ulivo; le uova di Pasqua; i boccoli.
In queste occasioni il nostro gruppo si allarga come una fisarmonica e ne fanno parte tante persone.
E non è detto che tutte siano praticanti, anche se la maggioranza lo è.
Nel distribuire il ricavato sia in spese di viveri che in contributi in denaro ci muoviamo, come ha insegnato Gesù, a due a due.
Quasi mai una sola persona si presenta alla porta di una casa da sola.
Aiutiamo sia economicamente che assistendo dal punto di vista burocratico chi ha bisogno di far carte; accompagniamo a visitare in ospedale, cerchiamo mobili e li distribuiamo.
Abbiamo anche un ottimo rapporto con gli assistenti sociali che, quando non hanno denaro, chiedono alla Caritas di anticiparlo.
Il nostro gruppo, poi, in più si fa carico di alcune feste della parrocchia: quelle dei lustri e quella del Grazie, per esempio, ma anche quella delle famiglie e, all’occorrenza, in altre circostanze.
Un’ultima cosa: la parrocchia si fida di noi e ci affida tutto il denaro destinato ai poveri che noi gestiamo dandone conto al parroco ma potendo anche prendere l’iniziativa quando serve.
Questo fa sì che la nostra azione sia più pronta ed incisiva.
Non abbiamo porte chiuse: chiunque vuole collaborare, basta che lo dica e poi lo faccia.