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PROGRAMMI E SCHEDE CATECHESI

catechismo

«Parrocchia e sport sono in concorrenza»

Don Roberto Trevisiol: «E non c'è solidarietà»

Inflessibile: «Noi da decenni abbiamo sempre gli stessi orari del catechismo. E celebriamo comunioni e cresime sempre nello stesso periodo, non ci si può sbagliare». Una premessa, quella di don Roberto Trevisiol, arciprete di Chirignago, per dire che la sua parrocchia mette le cose in chiaro fin dall'inizio: «Se un ragazzo vuole fare sport, sa che il catechismo è in quel giorno e non si può spostare. Decida lui, o la sua famiglia, cosa fare se l'orario coincide con l'allenamento».
Non che l'attività sportiva sia considerata un male in sé ma, è il pensiero del sacerdote, «è inevitabile che si trovi in concorrenza con l'impegno in parrocchia. Noi non possiamo certo correre dietro a tutti coloro che hanno impegni sportivi al pomeriggio». Questo non impedisce alla parrocchia di cercare delle soluzioni valide per tutti. «Nel nostro territorio opera una società sportiva di pallavolo e con questa ci accordiamo: loro sanno che i nostri orari del catechismo sono questi e si organizzano di conseguenza con i loro allenamenti. Secondo me riuscendo ad essere chiari si evitano tanti problemi».
Sport e parrocchia inconciliabili? Pare di sì: «Mi è stato suggerito di creare una polisportiva in parrocchia, ma mi sono sempre rifiutato perché sarebbe come avere una "serpe in seno". Perché - spiega don Trevisiol - le partite o le gare si fanno sempre la domenica e io finirei con avere una realtà parrocchiale che mi porta via i ragazzi. Preferisco proporre io delle attività alternative, con gli scout o l'Azione Cattolica. Non voglio dire che non ci sia qualcosa di cristiano nel fare sport. Ma dipende da come lo si fa. Perché alla fine conta vincere, non vale il criterio della solidarietà. Se un ragazzo ha dato tanto alla squadra, ma ora non rende, magari perché ha dei problemi, viene lasciato fuori. Non c'è riconoscenza, non c'è solidarietà».

Serena Spinazzi Lucchesi, tratto da Gente Veneta n. 3 del 21 gennaio 2012, pag. 16

IL VOLTO MISSIONARIO DEL CATECHISTA

Riflessioni di don Roberto Trevisiol per i catechisti diocesani
riuniti per le Giornate Catechistiche Diocesane 2004 del Patriarcato di Venezia

 

PREMESSE

1^ premessa:
Noi non scegliamo il momento in cui vivere su questa terra, di conseguenza il contesto delle nostre scelte e delle nostre azioni.

2^ premessa:
Ogni epoca ha avuto i suoi problemi. Pensare di essere particolarmente sfortunati è comprensibile ma sbagliato.
Oggi abbiamo le nostre difficoltà, ma abbiamo anche le nostre opportunità.
Non possiamo offendere lo Spirito Santo che ha determinato l’ambiente in cui noi operiamo con continue ingiustificate lamentele.
Eravamo felici e non sapevamo di esserlo.
Quanto amaro è fare questa considerazione dopo che si è persa un’opportunità perché troppo presi da un passato che non ritorna mai indietro, o da un futuro che probabilmente non si realizza.

3^ premessa:
Le sfide, se colte, ci permettono di crescere. Sono una fatica in più, ma anche un’opportunità in più.

4^ premessa:
Non c’è giudice più informato ed onesto di nostro Signore. Lui sa esattamente le fatiche che facciamo e perciò non si aspetta risultati impossibili.  Come Sansone con una “mascella d’asino” uccise mille filistei, così il buon Dio, con noi che potremmo essere degli “asini interi” può fare cose straordinarie.

5^ premessa:
Io non sono un esperto, non ho studiato sull’argomento, non ho titoli per far da maestro. Chi si aspetta una lezione magistrale rimarrà puntualmente deluso.
Io posso parlare per esperienza.
Sono prete dal 1973, ho sempre fatto catechismo (anche prima di prete): nei 13 anni di Viale San Marco insegnavo tutte le settimane alle 3 – 4 e 5 elementari, da ottobre a maggio, nelle famose “20 mezz’ore integrative di religione”. Una volta diventato parroco ho sempre preparato personalmente i bambini di 3^ elementare alla Confessione ed alla Comunione facendo loro lezione di catechismo, ogni settimana, per tutta la terza.
Le schede che qualcuno di voi usa sono il frutto di questo lungo lavoro.

1. Nel passato si distingueva, ed era possibile farlo, tra evangelizzazione e catechesi.
L’evangelizzazione era il primo incontro con il pagano, l’annuncio di Gesù, il “kerigma”.
A questo annuncio seguiva un lungo periodo di catechesi in vista di un pieno inserimento nella vita della Chiesa, in vista di una autentica e consapevole vita cristiana.
Anche lì dove non si evangelizzava più (pensiamo ai nostri paesi veneti dell’ottocento e della prima metà del novecento) la catechesi continuava ad avere il compito di fornire al bambino ed al ragazzo quelle conoscenze necessarie per una consapevole vita di fede.
L’annuncio, l’evangelizzazione avvenivano in famiglia, dalla bocca dei genitori e dei nonni. (io ho imparato sulle braccia di mio padre i fatti più significativi dell’Antico testamento).

Il catechista, perciò, non faceva parte delle truppe di prima linea.
Era piuttosto impegnato nelle retrovie che doveva riordinare in vista di una tranquilla occupazione del territorio.

Oggi tutto ciò ci sta alle spalle, e nel modo peggiore e più faticoso che si possa pensare.

A) Non viviamo più in un paese cristiano, con strutture cristiane, con orientamenti cristiani. Viviamo in una società pagana nella quale tutto trova il suo punto di riferimento altrove.

B) La stragrande maggioranza dei genitori e delle famiglie non compie quel primo annuncio di cui sopra. Il bambino ed il ragazzo vengono da noi completamente digiuni di ogni conoscenza religiosa.
Di questo non possiamo non tener conto.

C) Ma a complicarci la vita sta il fatto che chi ci consegna i bambini ha l’idea di essere, tutto sommato, un cristiano che magari non pratica, che non è per questo in nulla inferiore agli altri cristiani. Perciò si presenta a noi con pretese.

D) Abbiamo una concorrenza spietata da parte del mondo che ci circonda che ha mezzi infinitamente più abbondanti di noi e che ha un compito facile: quello di demolire da una parte e quello di proporre idee e comportamenti che non chiedono (apparentemente) nessuna fatica.
E tutti sono affascinati da ciò che fan tutti.

E) Noi stessi, che non siamo dei marziani, siamo contagiati dalla mentalità mondana. Spesso ci mancano quelle certezze che sarebbero necessarie per affrontare senza sensi di inferiorità il mondo che ci circonda.

2. Ma abbiamo anche delle straordinarie risorse.

* Abbiamo ragione noi.
È il ragionamento che faceva Papa Giovanni a chi gli chiedeva se fosse preoccupato per l’esito del Concilio.
Dio c’è.
Gesù Cristo è suo figlio.
Il figlio di Dio si è fatto carne ed ha parlato a lungo all’umanità.
È morto in croce ed è risorto.
La Chiesa nasce dal suo cuore squarciato e dallo Spirito Santo che da allora non l’ha mollata un minuto.
La proposta cristiana è la più bella, la più vera, la più nobile, la più alta, la più umana, la più misericordiosa, la più giusta che si possa immaginare

* Veniamo da una storia millenaria.
Non siamo dei pivellini che han bisogno di essere legittimati.
E di questa storia siamo anche orgogliosi, perché non è vero che sia stata una storia solo macchiata da potere – denaro – sangue.
Questa immagine della storia della Chiesa e del Cristianesimo è spacciata per vera dalla massoneria, che da secoli ed ancora oggi, detiene il monopolio della cultura laica.
Ma anche i ciechi e i sordi sanno che all’origine di ogni opera buona nel passato come nel presente, c’è la Chiesa.

Gli ospedali, le scuole, gli istituti per la gioventù abbandonata, le banche popolari o agricole….e nel presente: le comunità per tossicodipendenti, per gli immigrati, per le ragazze madri…

* Ancora oggi la Chiesa offre luoghi di accoglienza all’insegna della gratuità per i bambini, i ragazzi, i giovani, gli adulti e gli anziani.
Pensiamo a quanti giovani hanno partecipato alle attività estive delle nostre parrocchie. Nessun giornale ne parla – se non quando succede un incidente – ma sono molte e molte migliaia.

* E soprattutto abbiamo in mano il Vangelo, questo messaggio insuperabile, che nessuno ci può rubare o superare in sapienza e verità.

* Per riassumere e sottolineare quanto appena detto, ricordo una polemica che è sfociata in uno scisma, in una divisione nel corpo della Chiesa cattolica. L'arcivescovo mons. Marcel Lefebvre, di cui forse avete sentito parlare, quando nel Concilio Ecumenico Vaticano II si discusse sul decreto della libertà religiosa lottò contro l’approvazione di quanto proposto dai teologi che avevano preparato il documento e non perché ritenesse che non ci dovesse essere libertà nel credere, ma perché vi si affermava, giustamente, che ci si può salvare anche al di fuori della struttura visibile della Chiesa.
Mons. Lefebvre aveva torto, ma aveva visto lontano: lo spegnersi della carica missionaria nella Chiesa.
Perché oggi molti credono e dicono che non c’è una verità, ma tante verità, e ognuna da rispettare; che ogni religione vale l’altra, che Maometto e Gesù Cristo sono le due facce della stessa tensione religiosa, che il Vangelo ed il Corano sono ugualmente ispirati da Dio e utili per capirlo ecc…

Se la pensiamo così non siamo adatti a fare i catechisti oggi. Se la pensiamo così è meglio che lasciamo questo servizio.
Senza trionfalismi e intolleranze di stampo islamico, non possiamo avere la minima incertezza che “non vi è altro nome dato agli uomini, oltre a quello di Gesù Cristo, per mezzo del quale essi possano essere salvati” (Efesini 2)

3. In questo contesto, di cui ho delineato alcune luci ed alcune ombre, noi siamo chiamati a svolgere il nostro compito.

È evidente che se nessuno ha svolto prima di noi il compito di evangelizzare non possiamo stupirci che esso ricada sulle nostre spalle.
Diamo, allora per scontato che ci tocca partire da zero, senza nessuna speranza di collaborazione da parte della società (anzi) e della famiglia (anzi).
Prima assimileremo questo dato, tanto meglio sarà.

Dunque: siamo passati dalle retrovie alla prima linea.
Siamo in trincea.
Siamo diventati, a tutti gli effetti, dei missionari.
E missionari che hanno una missione ben più difficile di coloro che portano il primo annuncio a chi non ha mai sentito parlare di Gesù.
Perché coloro che ci ascoltano credono di conoscere ed invece non sanno.

4. Se le cose stanno così ecco allora alcune attenzioni ed alcuni suggerimenti.

1. Non dobbiamo mai dimenticare perché siamo catechisti.
Noi siamo catechisti perché crediamo in Gesù Cristo e perché l’esperienza di fede che ci sta alle spalle e che stiamo tuttora vivendo ci affascina, ci convince, ci soddisfa, riempie la nostra vita.

2. A noi interessa tutto quello che è utile a far sì che i ragazzi che ci vengono affidati si innamorino di Gesù Cristo e facciano volentieri parte della sua Chiesa.

3. A noi non interessa affermare una qualche nostra autorità, non ci interessa autoaffermarci come persone che nella comunità hanno un compito importante.

4. Anche se ci da fastidio la loro indifferenza o ostilità, anche se soffriamo perché non ci ringraziano o talvolta sono arroganti con noi, noi – che siamo catechisti missionari, e cioè che operano – e lo sappiamo – in un territorio “nemico”, non apriremo mai le ostilità nei confronti dei genitori.
Non ricambieremo i loro dispetti con altrettanti dispetti, la loro durezza con altrettanta durezza, perché a rimetterne – alla fine – sarà l’annuncio del Vangelo, e cioè quello per cui noi ci siamo fatti catechisti.
(cfr. : esperienza con le ragazze del liceo linguistico).

5. Dio per incontrarci si è fatto uomo.
Così facendo ci ha dato una regola.
Il messaggio passa attraverso l’umanità.
La nostra umanità.
Tanto più la nostra umanità sarà bella, armoniosa, serena, gioiosa, tanto più fluirà il messaggio evangelico.
Catechisti permalosi, invidiosi, che non coltivano l’amicizia tra di loro, o che, anzi, si parlano male gli uni degli altri dietro le spalle, che non fanno parte in maniera seria della comunità cristiana di cui sono catechisti (e talvolta ci sono catechisti che peccano a questo riguardo in maniera incomprensibile non partecipando nemmeno alla Messa della domenica nella loro parrocchia, disertano ogni proposta parrocchiale e magari la criticano dall’esterno come se fossero degli estranei) non sono testimoni credibili.
Non adottano la strategia di Dio che si è fatto uomo.
Perché la loro umanità è men che modesta.
Ma a questo punto non si può non accennare ad un altro problema. Non c’è speranza di successo, nella nostra opera missionaria, se non c’è alle nostre spalle e davanti a noi una comunità cristiana che raccolga e accompagni il frutto del nostro lavoro.
Marco Cè raccontava di una giovane convertitosi a vent’anni che poi ha abbandonato perché…
Allora i catechisti si sentono in prima linea e missionari non solo “ad extra”, ma anche “ad intra”, per costruire una comunità cristiana che faccia da “magazzino” dove deporre al sicuro il proprio lavoro.

6. Nell’approccio con i ragazzi e con le loro famiglie è decisivo coltivare alcune attenzioni umane che hanno il potere di permettere al messaggio che seguirà di essere accolto con cuore ben disposto: conoscere per nome, sapere dove abitano, sapere il giorno del compleanno, fare gli auguri, informarsi della salute di un genitore che sia ammalato… tutto ciò non è evangelizzazione vera e propria, ma una forma di pre-evangelizzazione che prepara il terreno.

5. Un’ultima cosa, per concludere.
I risultati.
Noi dobbiamo riconoscere che i risultati molte volte sono modesti, anzi, spesso sono deludenti.
Non mi convince quello che si dice sempre: semina che qualcosa resta.
Non che non sia vero, ma se io guardo indietro, dopo trent’anni di prete devo dire che la situazione del cristianesimo, per quello che posso capirne io, è peggiorata rispetto a 30 anni fa.
Nella mia parrocchia quando sono entrato come parroco frequentava più del 24% oggi non arriviamo al 20%.
Dobbiamo disperarci?
No.
Ma non possiamo non porci delle domande.
E nello stesso tempo valgono anche per noi tre testi della scrittura.
Il primo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede, sono arrivato alla meta” (1 Timoteo 1,18).
Questo possiamo fare e questo dobbiamo fare.
Il secondo: “Abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (Giovanni 16,33)
Il terzo: “Io sarò con voi, tutti i giorni, sino alla fine dei secoli” (Matteo 28,20).
Tanto ci deve bastare.

don Roberto Trevisiol

Dal comando di Gesù, prima di salire al cielo “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”  (Marco 16, 15-16) si è sviluppato nella Chiesa l’annuncio del Vangelo non solo da parte dei suoi Ministri e persone consacrate, ma, in quanto battezzati, anche con l’aiuto e la collaborazione dei laici.
Così anche nella nostra Comunità il gruppo di catechisti dell’iniziazione cristiana, che comprende anche le nostre suore, è di sostegno ai sacerdoti per l’annuncio della Parola educando alla fede bambini e ragazzi dalla seconda elementare alla terza media.
È un gruppo numeroso che si incontra ogni mercoledì per un momento di preghiera insieme e per la formazione guidati a turno dai nostri sacerdoti. I catechisti poi, in tempi diversi, si incontrano ulteriormente in altrettanti gruppetti quanti sono quelli dei bambini o ragazzi a loro affidati, suddivisi in base alle fasce di età, per avere una linea comune di insegnamento, per un più specifico confronto e reciproco sostegno.
Il luogo di incontro è per tradizione la Scuola dell'Infanzia Paritaria Parrocchiale perché una volta, dove c’erano le suore, si sviluppava anche la vita della Comunità. Erano loro infatti a prendersi cura, oltre all’asilo, della catechesi, della carità e di tutti i vari servizi inerenti alla parrocchia.
Io vi parlo di questo gruppo a partire dalla mia esperienza. Sono entrata a farne parte attraverso l’invito di una carissima persona che porto nel cuore, Suor Tecla, una suora appunto, che ho conosciuto affidandole mia figlia quando ha iniziato a frequentare l’asilo. Lei mi ha parlato del bisogno di questo gruppo per amore del Signore e della Comunità con il suo stile essenziale, discreto e amorevole.  Scegliere per me è stata una grande fatica: accettare mi spaventava per via della mia lentezza, del mio grande senso di inadeguatezza, non farlo mi faceva comunque star male e mi domandavo perché.
Poi ho capito che è il Signore che ci chiama e ci vuole per quello che siamo; ci invita a fare un cammino con Lui a fianco e così con questa certezza mi sono a lui affidata riflettendo spesso su queste due affermazioni del Vangelo:
“Chi cerca con cuore sincero trova”; “Dove due o tre si riuniscono nel mio nome io sono in mezzo a loro”.
Nel gruppo prima di tutto è la preghiera insieme che Lo rende presente e L’ho sempre incontrato, infatti, attraverso chi mi ha aiutata e mi aiuta a crescere nella fede, i nostri sacerdoti per primi, attraverso chi ha avuto e tutt’ora ha pazienza con me nell’ascoltarmi, nel dare risposte alle mie domande e perplessità, nel mettermi in pace e in discussione spingendomi a fare altrettanto.  Ognuno di noi mette in comune la sua esperienza con il Signore, il proprio cammino di fede e dove non arriva uno completa un altro. Mi sono così accorta di come il Signore opera creando tra noi unità.
Quando non ci si incontra con questo spirito o non lo si invoca abbastanza, tutto si annebbia e diventa più faticoso perché emergono i nostri limiti che portano tra noi disaccordi, prevaricazioni o giudizi. Ma il Signore ci interroga sempre: possiamo insegnare ai bambini che ci sono affidati a pregare, accogliersi, condividere, perdonare, a volersi bene come lui ci ha insegnato se noi per primi non lo facciamo? Ricordandoci poi che siamo sempre in cammino.
Siamo inoltre consapevoli che l’annuncio del Vangelo che facciamo ai bambini è un piccolissimo seme che ha bisogno dell’amore e della pazienza del contadino, come Gesù ci insegna nelle sue parabole.
Solo Lui sa quando e come germoglierà e quali saranno i frutti, ma spesso questo seme lo vediamo germogliare quando genitori che prima erano lontani si riavvicinano alla Chiesa, quando collaborano con noi nel trasmettere la fede ai propri figli o quando incominciano un cammino di fede.
Noi ringraziamo il Signore per tutto il bene che riceviamo e a Lui sempre ci affidiamo, insieme ai nostri bambini e ragazzi con la preghiera personale e comunitaria nella certezza che Lui ascolta e provvede.

Una catechista