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I parroci dalle origini ad oggi Il campanile e le campane Gli oratori pubblici e privati
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Sintesi del resoconto della prima Visita Pastorale
(15 marzo 1908) a Chirignago di
Sua Eccellenza
il Beato Mons. Andrea Giacinto Longhin, Vescovo di Treviso

Nel giorno 14 marzo (sabbato) alle 3 pomeridiane si partì da Treviso col canonico mons. Giuseppe Menegazzi convisitatore e don Carlo Corazza secretario. Dopo Mogliano in parrocchia di Carpenedo, colmello di Marocco, erano convenuti alcuni Parroci della forania insieme all'Arciprete di Chirignago, vicario foraneo, e una comitiva discreta di rotabili venuti appositamente per fare omaggio al Vescovo; niente però di straordinario. Si sostò per qualche minuto a Mestre, si fece la visita al Santissimo, si passò un momento in canonica e poi si andò direttamente a Chirignago, luogo di residenza per la prima settimana.
Il paese non si fece troppo vivo, sulle strade vi erano archi, dalle finestre di qualche casa pendevano arazzi, ma pochi curiosi accolsero il Vescovo e alquanti fanciulli. Si sente proprio il freddo degli animi in questa povera parrocchia e pur troppo domani le comunioni saranno pochissime. Ha predicato per quattro giorni il padre Domenico dei Cappuccini di Venezia, lettore di morale, ma è tornato in convento perché nulla gli restava da fare.

15 marzo 1908 - Chirignago
La Santa Messa uscì verso le 7 con molto concorso di popolo, quantunque tenuto conto che la parrocchia conta 4000 anime si poteva avere un concorso maggiore. La realtà superò la previsione. Solo un centinaio di donne, una trentina di ragazzi e dodici uomini fecero la santa comunione.
È la prima parrocchia che dà una prova d'indifferenza così generale al suo Vescovo. Un centinaio di Comunioni su quattromila abitanti, quale desolazione!
La giornata perciò fu per il Vescovo piena di malinconia. Vi furono [...] Cresime.

Sacerdoti
La chiesa è tenuta bene. L’ottimo arciprete (mons. Giovanni Battista Buso) vi lavorò per ben quarantasette anni, fabbricando ex novo la chiesa, il bellissimo campanile senza trascurare il bene spirituale della parrocchia; ora è vecchio, ma lo coadiuva bene il cappellano don Martino Favaretto. Pur troppo il paese è rovinato dalla vicinanza di Venezia, una grandissima parte della popolazione va in marittima, o in città con generi diversi da vendere. La vita pacifica dei campi è quasi abbandonata. Per conseguenza poco frequentata la chiesa, meno il catechismo, meno ancora i sacramenti, e si va sempre di male in peggio.
Verso le due e mezzo pomeridiane si fece la dottrina. La chiesa presentava un aspetto desolante, i banchi degli uomini e delle donne erano vuoti, non si vedevano che i fanciulli. L'esito non si può dire che sia stato cattivo, si constatò che la dottrina viene insegnata, che i fanciulli e le fanciulle che la frequentano sono abbastanza istruiti, ma quanti e quante non vengono all’istruzione! L'indifferenza dei genitori si ripercuote sui figli con effetti disastrosi. Al termine dell'istruzione la chiesa era abbastanza folta.
Alla sera vi furono fuochi d'artifizio ben riusciti, ma non confortarono il cuore del Vescovo amareggiato per la mancanza del mattino. Pur troppo la visita fu scambiata per una delle solite sagre con relativa ubbriacchezza.

Eppure non fu di questo tono l'articolo che solo tre anni prima, "La difesa" pubblicò in occasione di una visita del Longhin a questa parrocchia (domenica 3 settembre 1905 celebra la messa e amministra la cresima), dalla quale si scrisse che «Sua Ecc.za partì soddisfattissimo dell'accoglienza avuta, accompagnato ancora dal popolo giulivo» e si elogiò il fatto che «qui resta vivissima la soddisfazione per il cordiale accordo che corre fra autorità ecclesiastica e civile» a merito soprattutto del parroco Buso che da quarantaquattro anni reggeva la parrocchia «con senno e carità».

Fabbricieri
Romanello Angelo: la cassa è tenuta dal cappellano, il quale sebbene non sia fabbriciere, tuttavia è il cassiere di fiducia. La Fabbriceria è povera. Vi è esattissima resa di conto, i registri sono tenuti dall'arciprete. Non vi sono debiti nonostante i lavori gravissimi fatti durante il parrocato dell'arciprete. Il paese è straviato, vi sono molti cattivi, si beve molto, si balla anche in ballo pubblico. L'arciprete è ottimo, ha consumato la sua vita pel bene del paese. Il cappellano fa benissimo, nessuna osservazione.
De Pieri Sante conferma quanto sopra.
Trevisanato Luigi conferma quanto sopra.

(I fabbricieri erano un istituto presente e referente in ogni parrocchia ed aveva pressappoco i compiti ora affidati al Consiglio Economico attuale)

Quella che segue è la lunga “nota” che accompagna il resoconto ufficioso della vista pastorale, appena letto.
Si noterà una differenza interessante: mentre il resoconto ufficioso parla della delusione procurata al vescovo dalla parrocchia di Chirignago, nella nota si dice che nel suo decreto del 15 Marzo 1908 il Vescovo dichiarò «di aver provato dei conforti durante la nostra permanenza in codesta grossa parrocchia per l’accoglienza» offertagli e «per il buon assetto in cui abbiamo trovato la casa del Signore tanto nel suo complesso come ne' particolari» per cui gli fu spontaneo lodare l'anziano parroco mons. Buso «in modo speciale per l'opera grandiosa da lui felicemente ideata e compiuta quale la fabbrica ex novo della chiesa e del bellissimo campanile». Si vede chiaramente che Mons. Longhin l’amarezza se l’è tenuta dentro, non volendo ancor più umiliare il povero vecchio parroco mons. Buso.
Mons. Longhin espresse la delusione di questa visita anche a mons. Giovanni Bressan, segretario particolare di Papa Pio X, suo caro amico, in un biglietto a lui inviato da Chirignago il 16 marzo 1908: «Monsignore [...]. Sono a Chirignago per la visita pastorale. Facendo il confronto con San Zenone mi pare di essere in un mondo nuovo. Ieri, solo 12 furono gli adulti che fecero la comunione, un centinaio di donne e pochi ragazzi; ciò in una parrocchia di 4000 persone! Dica al Santo Padre che mi benedica […]».

Chirignago contava «al 31 dicembre 1907, 4000 anime» che frequentavano la chiesa sebbene «non come dovrebbero»; v'era infatti un numero «piuttosto scarso» di presenti alle funzioni vespertine, tuttavia osservanti del precetto pasquale e dai costumi «in generale buoni», salvo i balli che si tenevano alla «fiera di tre giorni in settembre». L'insegnamento della religione nella scuola era svolto «regolarmente dalli stessi maestri» con interesse dei genitori e la vigilanza del parroco «facendo (egli) anche parte del consiglio scolastico». Correva «qualche giornale in qualche famiglia non tanto buono, ma non è diffuso». La chiesa «edificata ex novo negli anni 1870 - 1880» era dedicata al sacratissimo Cuore di Gesù, che fu aggiunto al titolo di San Giorgio, con festa al 23 aprile ed «immagine dipinta nella parete dell’abside del coro» (foto1; foto2; foto3; foto4; foto5; foto6). Essa fu «consacrata nella quarta domenica di ottobre 1880 da S. Ecc. Giuseppe Callegari vescovo allora di Treviso», come da «lapide sopra la porta maggiore nell'interno della chiesa» (trasferita nel 1910 sopra la porta in cornu Epistulae a causa della costruzione della cantoria e del nuovo organo realizzato da Vincenzo Mascioni). Questa era sufficiente ai fedeli e non necessitava «di riparazioni». Fra le preziosità artistiche possedeva «una pala della beata Vergine dell'autore Francesco Santacroce del 1660» (in realtà del 1571) e «otto statue di profeti convenienti al luogo sacro». Il campanile si trovava «in perfette condizioni. Le campane [...], tutte benedette». Il cimitero era sufficiente al numero delle inumazioni; la canonica risultava in «stato locativo buono»; non c'era casa per il cappellano il quale viveva «in canonica». Tre gli oratori pubblici: «di sant'Antonio dell'antica famiglia Corner; di San Giacomo dei Curnis [...]; di San Giuseppe olim Sterchele ora Favaro». Ogni domenica il parroco teneva spiegazione del vangelo e catechismo. La dottrina si svolgeva «in chiesa dopo pranzo in tutte le domeniche e feste tranne qualche particolare circostanza», con «elenco di quelli che passano e sono ammessi entro l'anno alla prima comunione; degli altri è impossibile pel numero stragrande in cui sono». I ragazzi erano divisi in classi e si aveva particolare «cura di preparare i maestri, ma questi, quando sono giunti ad una certa età, disertano, non si veggono più». Vi era «sempre stato» il catechismo di perseveranza frequentato «per due tre anni (da) i giovani dopo la prima comunione», la preparazione della quale si estendeva «d'ordinario dai due ai tre mesi». La frequenza ai sacramenti risultava «sufficiente», ma erano «poche le famiglie, per quanto lo si raccomandi, che abbiano la lodevole consuetudine di recitare il rosario»; «poche» anche le persone che compivano la visita quotidiana al Santissimo. Le 40 ore si celebravano «con tutta solennità e sufficiente concorso»; l'esposizione si teneva «in tutte le domeniche» dell'anno. Il canto liturgico era curato compatibilmente con «quanto si può in una parrocchia di campagna»; del resto l'organista era «un povero diavolo, suona ciò che sa, non suona però cose profane [...]; non conosce la musica sacra né è più al caso di suonarla e si pensa già di sostituirlo». Fra le scuole di devozione v'era solo la Confraternita del Santissimo che contava 50 iscritti. Ma era attivo anche il Terz'ordine francescano che dipendeva dalla «famiglia dei Cappuccini di Venezia». Fra le associazioni, v'era il comitato parrocchiale con 28 soci, l'associazione della Dottrina con «un centinaio» di iscritti e la sezione giovani i cui membri però lasciavano «molto a desiderare». Non v'era emigrazione, ma se «ne parte qualcuno temporaneamente, è sempre avvisato dei pericoli che può incontrare». Nel suo decreto del 15 marzo 1908, il Vescovo dichiarò «di aver provato dei conforti durante la nostra permanenza in codesta grossa parrocchia per l'accoglienza» offertagli e «per il buon assetto in cui abbiamo trovato la casa del Signore tanto nel suo complesso come ne' particolari», per cui gli fu spontaneo lodare l'anziano parroco mons. Buso «in modo speciale per l'opera grandiosa da lui felicemente ideata e compiuta quale la fabbrica ex novo della chiesa e del bellissimo campanile». Impartì solo qualche lieve ordine liturgico, fra cui la sistemazione del crocifisso dell'altare maggiore, «un nuovo tronetto per il santo viatico» ed altre lievi prescrizioni.

Qualche considerazione
Chirignago non ci fa una gran bella figura…
Comunque, partendo dall’analisi del territorio occorre osservare che la conformazione della parrocchia di San Giorgio – Sacro Cuore era vastissima e, concomitante con il Comune di Chirignago, confinava con i comuni di Mestre, di Mira, di Martellago, di Spinea e di Venezia; comprendeva quindi buona parte di Marghera, Rana, Bottenigo, tutta Villabona, tutta Catene, tutto Asseggiano, parte della Gazzera, la Miranese dall'osteria alla Montagnola (dove oggi si trova la via omonima) fino al confine di Spinea (ora in questo territorio esistono sei parrocchie).
Per inciso la “tiepidezza” dei Chirignaghesi all’ingresso del vescovo Longhin non poteva avere altra espressione essendo allora la Miranese poco più che una strada di campagna, pochissimo abitata e ancor meno frequentata (tempi beati).
I 4.000 abitanti citati nel “rapporto” erano dunque sparsi in una plaga vastissima, una delle più vaste della Diocesi. Giustamente l’estensore della relazione (non benevolo) punta le sue valutazioni sulla frequenza ai Sacramenti e alle pratiche di pietà.
Qui occorre approfondire l'analisi per trovare qualche seria giustificazione nella natura delle popolazioni che non è opportuno chiamare indifferenti ai bisogni spirituali, giacché pur poverissimi, trent’anni prima del 1908 avevano edificato con grandi sacrifici e grande entusiasmo la chiesa e il campanile che sono ricco patrimonio di generazioni di cristiani, anche la nostra.
In questo contesto però i cattolici erano cattolici fedeli e fieri di esserlo (le memorie familiari lo confermano). Per quanto riguarda le condizioni di vita sicuramente si stava peggio di oggi: malattie, miseria, vita grama e dura nei campi; piccoli commerci e molta arte di arrangiarsi. C’era però una costante positiva: la solidarietà e la carità esercitata ai diversi livelli vivificavano la società rendendola più umana…