I PARROCI DI CHIRIGNAGO DALLE ORIGINI AL 1861
Un vecchio documento riporta l’Elencus Parochorum Ecclesiae S. Georgii M. de Clerinaco:
- 1292 Jacobus clericus Rector
- 1297 Marcus presbiter Rector
- 1330 Georgius presbiter Rector
- 1340 pre' Pietro ex Butenicus, Rector S. Mariae de Caurignago
- 1344 Jacobellus presbyter, Rector de S. Georgii de Clerinaco
- ...
- 1459 Bartholomeus... Rector
- 1490 Antonio Vio (detto Zio) vescovo di Salamina, rettore fuori sede
- 1517 Antonius Cornado... Plebanus
- 1521 Nicolaus Blanco canonicus Rector
- 1530 Philippus… Rector
- 1570 Marcus Antonius Sancta Cruce
- 1592 Hieronymus Sancta Cruce Rector
- 1610 Abas, Marcus Franciscus Rector
- 1617 Christophorus Baldi Rector
- 1622 Vincentius Rusca, Venetus
- 1662 Baltassar Figari Rector (Ficarium)
- 1691 Joannes Bortolatus (Bortolotti)
- 1724 Victor Scottus - qui transl. ad Parr. S. Andrae Tarvisii die 24 Sept. 1740
- 1741 Victorius Allegri Doctor Archipr.
- 1774 Joan. Andrea Piccinato Dr. Archip. Vic. Foraneus
- 1813 Laurentius Campello Arch.
- 1836 Benedictus Veruda Arch. Pro Vic. Foraneus qui trans. fuit ab Eccl. Trivignani Mestrens
- 1861 Joannes Baptista Buso Archip. Mons. Vic. Foraneus
- 1914 Richardus Bottacin Archip. Mons. Vic. Foraneus
- 1958 Albinus Tenderini Archip. Mons.
Dal 1987 don Roberto Trevisiol Arciprete
In un documento del 2 dicembre 1292 figura nella chiesa di San Lorenzo di Mestre Jacobus Clericus del vescovo di Treviso rettore di Clarignago, dove giungono cinque lettere del vescovo che ingiungono l'obbedienza al patriarca di Aquileia.
Nella Rationes decimarum del 1297 Marcus presbiter è ancora presente e con lui c'è pure il chierico Corsio, che pagano 40 soldi.
Nel quaderno della decima vescovile, nel 1330
c'è il presbiter Georgius che paga 50 lire di colletta assistito dal suo chierico Stanectus di Venezia.
Nel 1344 era rettore di San Giorgio il sacerdote di Venezia Jacobellus. Il Giacobello versò la decima triennale per la guerra contro i Turchi imposta da Papa Clemente.
Nel 1447 a Chirignago c'erano nove sacerdoti.
Il Rettore Bartolomeo di Pietro (1459-1490) trasforma nel 1459 la confraternita laica dei Battuti, esistente sin dal 1441 (concessione di indulgenza di quest'anno), nel titolo di Beata Vergine della Misericordia (o Santa Maria della Misericordia).
Antonio Vio (detto Zio) vescovo di Salamina (1490-1517), viene investito del beneficio della rettoria di San Giorgio. È l’epoca dei titolari con due benefici fuori sede. In loco veniva un sacerdote non stabile, per le funzioni. Nel 1505 nasce anche la scuola del Santissimo Sacramento, documentata dal 1508: importante perchè è tra le più antiche di terraferma.
Il Rettore Nicola Bianco (1521-1530) era uno dei canonici della collegiata arcidiaconale di Mestre. Il cenacolo della sapienza mestrina gli insegnò l’arte e nel 1521 volle stendere la regola della Confraternita della Beata Vergine della Misericordia (mariegola) in un codice miniato, risparmiato dall’ingiuria dei tempi e conservato negli archivi parrocchiali. Il prezioso manoscritto è steso nelle parti essenziali in latino; nel resto in dialetto veneto primitivo utile alla glottologia. È ricco di notizie e di particolari sulla vita dei nostri villaggi di campagna. Prezioso documento è codesto di pietà laicale, sia perchè è la prima scuola di terraferma dopo quella della Madonna di Mestre, come si diceva nella supplica rivolta al comune di Chirignago per il suo riordinamento nel 1757, sia per i testi linguistici.
Nel 1521 venne concesso alla chiesa il fonte periodico stagionale, cioè nelle epoche dell’inverno freddo, nei tempi delle piene dei fiumi quando era difficile portare i neonati al battesimo della chiesa matrice di Mestre. Il fonte battesimale è lo stesso utilizzato ancor oggi e si trova in chiesa, ai piedi del presbiterio accanto alla porta della cappella del SS.mo Crocifisso.
Nel corso del parrocato del Rettore Filippo (1530-1570) si tenne il Concilio di Trento (1542-1563).
Il Rettore Marco Antonio Santacroce (1570-1592) nel 1571 fece eseguire al nipote pittore bergamasco Francesco di Girolamo da Santacroce (detto Croco nella regola) la celebre pala raffigurante la Beata Vergine della Misericordia (Madonna in trono e i Santi Giorgio e Marco e devoti), per l’altare della confraternita omonima, tuttora conservata in chiesa sul secondo altare a sinistra.
A Chirignago viveva anche la famiglia “bene” del veneziano Zambattista Santacroce, suo parente. Durante il suo parrocato si ebbe un importante avvenimento storico: la vittoria di Venezia sui Turchi a Lepanto (1571).
Nel 1573 nella zona di Villabona è presente un oratorio appartenente ai Zen.
Il Rettore Girolamo Santacroce (1592-1610) fece confermare gli statuti dal vicario generale di Treviso Luca Antonio Zilio.
La sua famiglia era stabilita a Chirignago o vi teneva una casa di villeggiatura. È coadiuvato nelle sue funzioni da un parente, Pietro Santacroce, forse un mansionario, dal cappellano della chiesa, dal cappellano della confraternita della Beata Vergine della Misericordia e anche dal curato di Spinea.
Una relazione scritta dal rettore nel 1609 in occasione della visita pastorale del vescovo di Treviso Francesco Giustiniani parla e descrive lo stato degli altari del 1565 delle Sante Caterina (forse di Alessandria) e Lucia. Erano queste tipiche devozioni popolari contro determinate malattie (la pelle e gli occhi).
Il Rettore Abate Francesco Marin (o Francesco Marco o Francesco Moro) (1610-1616) era di nobile famiglia ed il suo stato era quindi una valida ragione per non mettere piede in una parrocchia fuori Venezia. Sicuramente viveva lontano da Chirignago perché non è presente nei registri dei battesimi e dei matrimoni.
A quel tempo oltre che tra i vescovi, anche tra i pievani, esisteva la cattiva abitudine, durata ben oltre il Concilio di Trento, di assentarsi dalla parrocchia, ponendovi un sostituto, per dimorare in luoghi più piacevoli e dedicarsi ad occupazioni meno gravose. Il Concilio di Trento (1542-1563) aveva cercato di porre rimedio con leggi severe alle sedi vacanti, ma, si sa, i cattivi costumi sono sempre difficili da cancellare, allora come ora.
Il Rettore Cristoforo Baldi (1618-1622) nel 1621 restaurò l’antica chiesa di San Giorgio, della fine del XIV secolo, bisognosa di ritocchi importanti, aggiungendovi gli altari di San Giovanni Evangelista ante portam latinam (cioè nel momento del suo martirio), di San Sebastiano (contro la peste) e di San Carlo: una delle prime devozioni terrafermiere al santo, dovuta sia alle identità sacerdotali post-tridentine, sia alla difesa dalla peste. In quest'anno nel coro fu affrescato il Purgatorio, ma in modo tale da destar pietà. Il Rettore fu poi vicario generale di Treviso.
Il Rettore don Vincenzo Rusca (1622-1662), veneziano, assistette al periodo della tremenda peste che mieteva molte vittime in Venezia. Chirignago non fu certo esente. Per paura del terribile morbo e per evitare il contagio non si mosse più dalla canonica neppure per la sepoltura dei bambini e fu accusato di mancare ai suoi doveri pastorali. Fondò una seconda mansioneria, unendovi quella vacante di Zigaraga (Spinea) per il mantenimento di un sacerdote. Ebbe un quarantennio di parrocato che fece parlare la cronaca chiacchierona della mariegola della Misericordia.
Nel 1634 restaurò i libri canonici, in occasione della visita pastorale del 27 Settembre del vescovo di Treviso Silvestro Morosini, accompagnato dal vicario capitolare Baldassarre Bonifacio, che le cronache ci indicano fine letterato, oltre che parroco di Torreselle.
Nel 1641 il trentaseienne pittore Luca Ferrari, detto Luca da Reggio (1605-1654) realizza la pala attualmente conservata sul primo altare a sinistra, detto "delle anime" o "dei morti", raffigurante Dio padre fra gli angeli, il Beato Bartolomeo di Chiaravalle e San Giovanni Evangelista.
Nel 1625 è notato l'oratorio dei Corner ad Asseggiano, nel 1642 un oratorio Filippi al Bottenigo.
Il Rettore Baldassarre Ficario (1662-1690), nato nel 1630, si proccupò per un secondo restauro della vecchia chiesa, rimaneggiata fondamentalmente tanto che fu necessaria una seconda consacrazione. Le feste solenni si svolsero il 21 settembre 1674 con la partecipazione del vescovo di Treviso Bartolomeo Gradenigo e dei nobili veneziani che villeggiavano in Zelarino.
La partecipazione del popolo fu totale. Le carrozze con il seguito degli accompagnatori, al passaggio per le vie del paese, vennero accolte al suono delle campane fra due ali di popolo riversatosi lungo il percorso.
Verso la fine degli anni ’80 del Seicento, troviamo partecipare attivamente alle funzioni della chiesa di San Giorgio il confessore nipote (e omonimo) del pievano, Baldassarre Ficario. Non è la prima volta che il rettore di Chirignago chiama presso di sé un parente, per agevolarlo nella carriera, come d’uso, dal momento che non c’erano benefici sufficienti per tutti coloro che volevano diventare sacerdoti. Inoltre, considerato che il mantenimento dei cappellani curati rientrava nelle sue spese, era comprensibile la scelta di favorire un membro della propria famiglia, piuttosto che qualcun altro.
Il nipote rimase in parrocchia come cappellano per molti anni, anche dopo la morte dello zio pievano, avvenuta il 5 dicembre 1690, all’età di circa 60 anni, di cui quasi metà trascorsi a Chirignago. Fu confortato dal sacramento della penitenza impartito da don Lorenzo Mundi, presbitero della chiesa di Spinea, mentre l’estrema unzione gli venne somministrata da don Giacinto Spada, mansionario e confessore in Chirignago.
Il corpo del sacerdote, com’era consuetudine, fu seppellito all’interno della chiesa.
Il pievano Don Giovanni Bortolotti (o Bortolato) (1691-1724), nato nel 1659, come il predecessore Ficario ha un nipote “da sistemare”, è il chierico Francesco de Bon. Collocato il primo, eccone arrivare da lontano un altro, Francesco Antonio Bortolotti figlio del signor Gabriele meo nepote di familia romana.
Piuttosto distratto, confonde più volte i libri canonici tra loro, registrando i battesimi nel libro dei defunti.
Sappiamo inoltre che il 5 Giugno 1717 seppelisce Maria Bortolotti figlia di Gabriele, una bambina di circa otto anni sua parente, sotto la scala del pulpito della chiesa.
Durante il suo parrocato, nel 1723 con i beni della Scuola di San Valentino (attiva fino alla seconda guerra mondiale) viene fatta una stauroteca per contenere una reliquia della Vera Croce di Nostro Signore. Il preziosissimo reliquiario è d'argento, lavorato a cesello in forma di croce con raggiera dorata. La lancia e la spugna si appoggiano alle braccia della croce, al di sotto e al di sopra della quale vi sono due cherubini. Sul piedistallo l'iscrizione: "Fu fatta di beni della Scuola di San Valentino MDCCXXIII". (foto1; foto2; foto3; foto4)
Morì il 5 Marzo 1724, a 65 anni, munitus omnibus sacramentis Sanctae Matris Ecclesiae. Non lascia però la sua pieve, perché la salma, come molti suoi predecessori, viene sepolta all’interno della chiesa.
Il parroco don Vittorio Scotto (o Scotti) (1724-1741) era di famiglia nobile veneta, proprietaria di terre e ville anche nel noalese. Fece il suo ingresso il 30 Luglio 1724. Molto rigoroso e operoso, nel 1740 restaurò personalmente i libri canonici con l’aiuto del mansionario don Domenico Antonio Accursino e vi introdusse il volgare come lingua di registrazione, anticipando così di una decina di anni le disposizioni del vescovo di Treviso Benedetto de Luca. Venne traslato a beneficio della Parrocchia di Sant'Andrea di Treviso il 24 Settembre 1740, poi vicario generale di Treviso.
Don Vittorio Allegri, Arciprete (1741-1774), nato nel 1707, oriundo di Loreggia, era laureato in legge e proveniente dalla nobiltà veneziana. Era molto ordinato e aveva una bella scrittura. Ottenne il titolo di Arciprete trasferibile ai suoi successori. Il padre si chiamava Giovanni.
Nelle sue funzioni era aiutato dal nipote don Andrea Allegri e da un parente, don Antonio Allegri, oltre che da altri cappellani. Costituì la Scuola della Dottrina Cristiana.
Durante il suo parrocato, Flaminio Corner (o Cornaro) (1693-1778), procuratore di San Giorgio, celebre storiografo della Chiesa veneziana e torcellana, donò alla chiesa di Chirignago due bellissimi e preziosi reliquiari d'argento lavorato a sbalzo. Tra le diverse reliquie in essi contenute: la colonna di Nostro Signore, il velo della Beata Vergine, il pallio di San Giuseppe, un dente di San Giuliano martire, un dente di San Giustino martire e poi San Barnaba Apostolo, Santa Teodosia vergine e martire, Sant'Aurelia martire ed altre. A Corner, che villeggiava spesso con la nobile famiglia veneziana ad Azzeggiano nell’omonima villa cinquecentesca, vennero tributati da tutta la popolazione grandi onori meritevoli, in una festa particolare fissata l'8 Settembre 1749, quando ancora si villeggiava durante l’autunno e l’estate. I reliquiari, alti entrambi 45 cm, erano stati esposti per la prima volta sull'altare della Beata Vergine della Misericordia il giorno dell'Assunta, solennità della Confraternita, nell'anno 1749. Nel 1754 la stessa confraternita commissionò la realizzazione di un tabernacolo marmoreo per l'altare della Beata Vergine della Misericordia, per riporvi il SS.mo Sacramento il Giovedì e Venerdì Santo, e per custodire i due reliquiari donati da Corner. Purtroppo solo uno è giunto a noi (foto1; foto2), l'altro probabilmente è stato rubato da ignoti nella notte del 19 settembre 1913.
Nel 1753 Flaminio Corner arricchì l'oratorio di Asseggiano dei corpi santi di San Bonifacio e Santa Caterina, del Sangue di San Fortunato e lunghissima serie di reliquie (parte anche alla parrocchia di Chirignago).
Proprio don Vittorio Allegri è sottoscrittore delle Ecclesiae Venetae di Corner.
Tra il 6 ed il 7 Settembre 1753 ci fu la visita pastorale del Vescovo di Treviso Paolo Francesco Giustiniani, nobile veneziano. Fu ospite dei nobili del luogo e venne con un seguito di servitù ed un accompagnamento di carrozze come era l’uso dei tempi e come richiedeva l’autorità episcopale. Tra il tripudio generale, al suono gioioso delle campane, la popolazione rurale di Chirignago non fu meno delle altre nel tributare gli onori al proprio presule, e si riversò tutta lungo il percorso delle carrozze col seguito voluto dalle regole dell’epoca. Per Chirignago era un avvenimento raro ed inconsueto la visita di un vescovo.
Nel 1767 l'organaro veneto Gaetano Callido (1727-1813) realizza per la chiesa di Chirignago un organo a canne, con numero d'opera 33, come si legge nel catalogo generale delle opere costruite dal celebre “Professore d’Organi” (Chirignago Parrochia). Fu demolito assieme alla chiesa nel 1878 per permettere l’ampliamento e la rettifica della via Miranese.
Don Vittorio Allegri fu arciprete di Chirignago per 33 anni. Morì alle ore 16 del 3 Aprile 1774, a 67 anni, per male di petto di giorni 6, in comunione di S.M. Chiesa munito con tutti li Sagramenti. Fu sepolto in chiesa, vicino all’altare di San Sebastiano.
Don Giannandrea Piccinato, Arciprete (1774-1813), nato nel 1734, del clero di Mestre, era vicario foraneo e professore di sacra teologia. Di lui sappiamo che il padre si chiamava Angelo.
L'8 ottobre 1777 accolse il vescovo di Treviso Paolo Francesco Giustiniani nella sua seconda Visita Pastorale. Dieci anni dopo lo invitò, un mese prima delle dimissioni del presule stesso, a consacrare la chiesa dopo grossi restauri. Il 20 Settembre 1787 i rurali di Chirignago solennizzarono così i sacrifici compiuti.
In quel periodo la vita religiosa era talmente sviluppata, che Chirignago contava ben nove oratori funzionanti in altrettante ville del luogo. Erano dunque 9 i sacerdoti che villeggiavano nel centro e nelle frazioni di Azzeggian, Catene, Giustizia, Bottenigo, Villabona.
Nel 1782 un avvenimento eccezionale scuoteva la gente di Mestre e sobborghi e lo stesso Chirignago. Papa Pio VI era di passaggio e sostava in villa Bianchini-Erizzo (esistente tuttora nell’attuale Piazzale Donatori di Sangue). Autorità, clero e popolo di tutti i sobborghi mestrini si riversavano nelle piazze, sulle strade, lungo il percorso della via per Padova. Le campane delle chiese suonavano a festa.
Il 27 Settembre 1791 accolse il vescovo di Treviso Bernardino Marini, veneto, in visita pastorale.
Nel 1797 i Francesi misero mano agli arredi sacri e la scomparsa di reliquiari preziosi appare dalle statistiche. La chiesa di San Giorgio fino ad allora era una delle più ricche del mestrino per i doni avuti di sacre reliquie e di preziosi contenitori d’oro e argento (ex voto degli altari, vasi, calici consacrati…). Gli addetti incaricati alla sorveglianza del culto si presentarono all’arciprete Giannandrea Piccinato comunicandogli il doloroso compito. L’arciprete non si oppose secondo le disposizioni dell’autorità ecclesiastica.
Nel 1811 si ammalò seriamente con aberazioni di mente. Morì il 6 Gennaio 1813, a 78 anni, alle 5 di notte per un colpo apopletico, munito soltanto dell’assoluzione, oglio santo e benedizione papale attese le continue aberazioni di mente.
La sua salma non viene seppellita all’interno della chiesa, ma nel cimitero, per ottemperanza alle nuove disposizioni napoleoniche, dal rev.mo Don Sebastiano Zilio arciprete di Zelarino.
A dire il vero il cimitero avrebbe dovuto sorgere lontano dal centro abitato, per motivi igienici, come decretato già con l’editto di Saint Cloud del 1806, ma si continuava a seppellire i propri cari intorno alla chiesa, dove batteva il cuore di tutta la comunità.
I decreti napoleonici soppressero anche la Confraternita della Madonna, con la confisca di tutti i suoi beni. Sopravvisse invece la Confraternita del Santissimo Sacramento, che sarà attiva fino alla seconda guerra mondiale.
Di Don Lorenzo Campello Arciprete (1813-1836), nato nel 1753, del clero di Mestre, sappiamo che il padre si chiamava Andrea.
Il 16 Settembre 1835 accolse il vescovo di Treviso Sebastiano Soldati in visita pastorale.
Morì ad 83 anni alle 4 del mattino del 24 settembre 1836, dopo 7 giorni di decubito, per febbre gastrica verminosa, munita l’anima sua di tutti li ss.mi sacramenti, e benedizione papale. Fu sepolto la mattina del 25 nell’antico cimitero di Chirignago.
Don Benedetto Veruda Arciprete (1836-1861), nato a Venezia nel 1799, proveniva da una famiglia agiata e colta, di origine veneziana. Aveva vissuto la sua prima esperienza di apostolato a Carpenedo, dove era stato coadiutore dello zio parroco, don Antonio Veruda, umanista molto apprezzato. Dopo la morte di quest’ultimo nel 1827, don Benedetto viene nominato parroco a Trivignano e successivamente è traslato al benefizio di Chierignago, dove fu eletto a reverendo amministratore dei benefizii vacanti, come pro-vicario foraneo. Anch’egli amante delle lettere, scrisse un’opera sui quartesi.
Il padre Giovanni Antonio era un valente cerusico chirurgo scientifico e viveva con la moglie Elena Adorno ed una sorella nubile, Rosa, accanto al figlio.
Studioso di scienze letterarie ed ecclesiastiche, compì a sue spese altri restauri alla chiesa.
Costruì il nuovo attuale cimitero e l’edificio ora adibito come ufficio cimiteriale in seguito all’emanazione del famoso editto napoleonico di Saint Cloud (1806) che prevedeva i cimiteri fuori dell’abitato, per motivi igienici. Nel cimitero si trovano ancora tutte le tombe delle più antiche famiglie di Chirignago, tutte decorate da opere di grande pregio bisognose di restauri: Saccardo, Bisacco, Grapputo, Favaro Fabris, Jawarzich, De Angelini, Scandolin, ecc...
I genitori dell’arciprete morirono anziani, il padre a 78 anni il 13 Gennaio 1845, la madre il 30 giugno dello stesso anno a 74 anni e la zia Rosa il 29 novembre 1850 a 85 anni. Veruda li seppellì accanto ai suoi parrocchiani.
Fu eletto dal paese a rappresentarlo nell'assemblea della Repubblica del 1849.
Il 16 Aprile 1853 don Benedetto Veruda accolse il vescovo di Treviso, il beato Giovanni Antonio barone Farina di Gambellara, noto perché fondatore dell’ordine delle Suore Dorotee, in visita pastorale, convisitatore il canonico Bernardi.
Francesco Scipione Fapanni scrisse un aneddoto curioso su don Benedetto Veruda: "In quanto a’ cavalli ben diverso dovea essere l’umore di D.
Benedetto Veruda, arciprete di Chierignago. Dotto ed esemplare,
siccome era veneziano, non s’impacciava troppo cavalli: pure gli
abbisognava tenerne uno mansueto, onorato, e talvolta doverlo
guidare lui stesso. Comperò un cavallo moro dal greco Filli Bua,
che abitava un miglio lontano dalla canonica, e vi si andava per
una stradicella frammezzo a’ campi. Il cavallo era quieto, ubbiediente quanto una pecora, e facea proprio al caso del poco esperto
auriga. Il giorno seguente dell’acquisto, egli monta nel suo
calesse per avviarsi a trovar l’arciprete di Mestre, ch’era
mons. Giovanni Renier (dal 1856 vescovo di Belluno-Feltre). Fatti pochi passi sulla via maestra
e principale del villaggio, si trova a sinistra la stradicella,
che mette al luogo del Bua. Il cavallo, avvezzo da molto tempo
a percorrere quella viuzza, giunto all’imboccatura d’essa, si
volge credendo andare alla sua stalla antica. Il Veruda non ebbe
la prontezza, né il coraggio di tirar la briglia a destra per seguitar
la strada di Mestre, e si lasciò condurre a casa del Bua. È da
notarsi, che il Bua essendo di greca religione, non era mai visitato
dal piovano: laonde vedendolo così presto a lui venire, chiese
qual buon vento lo riconduceva a lui. E risposegli il Veruda,
ch’ei non veniva punto per fargli visita, che il cavallo, uso alla
solita via, lo avea colà condotto. Il Renier poi in un capitolo berniesco
descrisse l’aneddoto del buon Veruda".
L’arciprete Veruda scrisse una biografia, conservata negli atti parrocchiali, di Marianna Zanella, una donna morta di encefalite, in odor di santità, il 23 giugno 1842 alle ore 2 del mattino munita dei ss. Sacramenti di confessione, comunione O.I. Pontificia assoluzione. L’arciprete Veruda ne era il padre spirituale e ne dirigeva l’anima. Marianna era figlia di Antonio Zanella e Giacoma De Bortoli ed era nata a Feltre il 10 ottobre 1803. Visse santamente, nubile. Fu seppellita nell’antico cimitero a parte destra della porta, che guarda il mezzogiorno. Marianna Zanella doveva aver condotto un’esistenza davvero esemplare, testimonianza di profondi valori religiosi e morali, per indurre il parroco a scrivere una memoria della sua vita. Sarebbe forse il caso di indagare in merito.
Nel 1857 il trentaquattrenne Domenico Acquaroli, nato a Venezia l’8 Agosto 1823, realizza la pala attualmente conservata sul primo altare a destra (eretto nel 1736) raffigurante I Santi Lucia di Siracusa, Antonio da Padova e Giuseppe.
Don Benedetto Veruda muore a 62 anni il 14 Gennaio 1861 di gastrite lenta. La registrazione della morte non fa menzione del luogo di sepoltura.
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