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MONS. RICCARDO BOTTACIN: il ricordo dei parrocchiani

Per tutti i sacerdoti
che nella secolare storia della nostra comunità parrocchiale
hanno speso
la loro vita per il nostro popolo
perchè Tu, Signore, ripaghi ogni loro umana fatica
con la Luce eterna del tuo Volto.
Per il nostro pastore, mons. Riccardo Bottacin,
che 50 anni fa entrava nella vita vera ed eterna
lasciandoci quale preziosa eredità
l'esempio della sua vita santa.
Per tutte le volte che in questa chiesa
egli ha consacrato il pane ed il vino per il nostro popolo,
ci ha spiegato la Parola,
ci ha donato il Perdono,
ha versato l'acqua sui nostri battezzati,
ha benedetto i nostri sposi,
ha accompagnato i nostri defunti.
Per tutte le ore che egli ha trascorso in questa chiesa
assorto in preghiera
anche nei lunghi e freddi inverni
supplicando il Signore e la Vergine
per le nostre famiglie
per i malati e i poveri
per i giovani in guerra, le vittime di bombardamenti e gli sfollati,
per chi si illudeva di vivere lontano dalla Parola di Dio.
Per ogni volta che egli ha sorriso ad un povero
porgendo con pudore e nel silenzio
la sua mano
per sfamarlo, coprirlo, sostenerlo.
Per ogni volta che egli ci ha aiutato
con la sua autorevole saggezza
a ritrovare la via della pace
e per ogni volta che ha sopportato e perdonato
incomprensioni ed ostacoli.
Per tutte le occasioni di crescita umana, sociale, culturale
e di gioiosa aggregazione
che la sua mente vivace e creativa
ha donato alla nostra popolazione.
Per le numerose e feconde vocazioni
sacerdotali e religiose
sorte in questa comunità
durante il suo ministero.
Per tutti i sacerdoti che operano oggi nella tua vigna
e per quanti si preparano ad entrarvi
perchè Tu li sostenga col dono del tuo Santo Spirito.
Per noi qui presenti
per la Chiesa tutta di Venezia e di Treviso
perchè tu non permetta, Signore,
che restiamo ciechi e sordi
di fronte ai segni continui del Tuo Amore.
Noi ti ringraziamo e ti preghiamo:
Ascoltaci, Signore

«Lo chiamavano tutti “Bonsignor”, con una storpiatura linguistica che si traduceva in ritratto autentico. Qualcuno, nelle lettere dalla prigionia, nel 1944, scriveva addirittura “Bon Sig don Ricardo”, ma in certe situazioni basta capirsi, e anche la lingua passa decisamente in secondo piano.
“Monsignore” sa di vesti scarlatte, di mitre e croci pettorali, “Bonsignor” sa di lingua terragna. È anti-grammatica, dialetto vero, come erano veri un tempo la polenta e la gallina fumante, il clinto, il radicchio e la soppressa, le consuetudini che ignoravano il
bon ton dei siori, e le nozze contadine, uniche feste in cui anche il povero era ricco. “Bonsignor” sa di omaggio alla bontà, a chi era nato tra i “signori” ma aveva scelto di stare con tutti, rinunciando a essere diverso.
Oggi, in clima di benessere generalizzato, si parla di stare “tra gli ultimi”: ieri non era necessario, gli ultimi erano molti di più, bastava che la tempesta rovinasse un raccolto o che i maschi di casa partissero per la guerra. Bastava che venisse meno anche la fetta di polenta che costituiva l’unico nutrimento, e il viatico per la pellagra.
Quante pentole el Bonsignor doveva togliere dal fuoco e dare a chi aveva più fame di lui? Mi dicono che non ha mai fatto conti, se non pochi essenziali su un libriccino dalla copertina nera, e non riguardavano mai quello che dava. Per questo era percepito come un prete “speciale”, di quelli che non rinunciano a una virgola della parola di Dio, ma sono sempre pronti a soccorrerti e non scelgono chi aiutare, perché se lavori per il regno di Dio non ti perdi in queste meschinità. (…)
El Bonsignor era in sintonia piena con il suo popolo perché il suo programma era soltanto uno: dare. In cambio chiedeva che il suo popolo camminasse con lui sulla strada della salvezza. E che se c’erano lodi da cantare, andassero al Signore…».
Gianni Montagni, dalla premessa di El Bonsignor, Storia di un prete di campagna, e di un paese veneto nel Novecento, Marcianum Press

I NOSTRI LIBRI - DON BOTTACIN, "EL BONSIGNOR"

Lo chiamavano tutti "el bonsignor" con una storpiatura linguistica dialettale frutto dell'ignoranza ma in sé geniale perché riassumeva significati che avrebbero richiesto un libro per essere espressi. Il libro è arrivato, ed è una biografia ma anche un saggio di storia locale. Perché la vita di monsignor Riccardo Bottacin (Salzano 1876-Chirignago 1958), per quarant'anni arciprete nella parrocchia di San Giorgio a Chirignago, è stata così importante per quella comunità da identificarsi totalmente con la sua storia. Una vita e una storia che troviamo ben ricostruite dal giornalista Gianni Montagni, già autore di numerose pubblicazioni e di due libri-intervista con Giorgio Lago e Massimo Cacciari.
Il titolo del libro
"El Bonsignor" (Marcianum Press) riprende il titolo di don Riccardo ma tradotto alla maniera dei suoi parrocchiani. Che in una parola condensavano la storia di un prete di famiglia benestante, un signore che aveva scelto di vivere umilmente all'insegna della carità in mezzo alla povera gente di un paese di campagna. Così "el bonsignor" detto alla veneta pareva quasi un omaggio congiunto alla sua dignità ecclesiale, alla sua origine e alla sua bontà. Ma si distinse anche per la lungimiranza con cui affrontò in quella prima metà del secolo i problemi legati al graduale passaggio del paese da centro rurale a periferia cittadina gravata dalla vicinanza del nuovo polo industriale di Porto Marghera. Il testo è accompagnato da un centinaio di fotografie che finiscono con la targa posta all'inizio dell'anno sulla parete dell'ex canonica in piazza a Chirignago per ricordare i cinquant'anni dalla scomparsa di monsignor Riccardo che nell'omelia funebre dei primi di gennaio del 1958 l'allora patriarca Roncalli eletto papa nell'ottobre dello stesso anno aveva definito Sacerdos magnus, meritevole anche lui dell'elogio che la Chiesa riserva ai suoi Pontefici.
Anna Renda, da Il gazzettino del 12 ottobre 2008

CHIRIGNAGO RICORDA MONS. BOTTACIN

Non sono bastati i 200 posti della sala del Centro Civico di Chirignago per accogliere, sabato scorso, tutte le persone accorse per la presentazione del volume "El Bonsignor", voluto dal Gruppo Culturale "Albino Luciani", scritto da Gianni Montagni, edito da Marcianum Press, per ricordare la figura di mons. Bottacin, parroco di S. Giorgio dal 1914 al 1958. Tutti gli interventi l'hanno descritto come una persona che ha testimoniato con la vita cosa fosse il cristianesimo.

Tratto da Gente Veneta, no.35 del 20 settembre 2008

IL PARROCO DELLA GENTE

Un punto di riferimento per l’intera comunità. Un parroco capace di stare vicino al proprio gregge non solo con la preghiera, ma anche con opere tangibili, come l’asilo e il cinema. Questo è stato monsignor Riccardo Bottacin, protagonista per 44 anni (dal 1914 al 1958) della storia e delle trasformazioni di un paese passato da agricolo a urbanizzato. Una figura così importante per Chirignago da essere raccontata in un libro di Gianni Montagni, già autore di saggi illustri come quello su Gorbaciov (Effetto Gorbaciov). Monsignor Bottacin è un punto fermo per il quartiere. Ecco perché ieri, alla presentazione del libro "El Bonsignor - Storia di un prete di campagna e di un paese veneto nel Novecento", hanno partecipato oltre 200 persone, ospitate a fatica nella sala consiliare di piazza San Giorgio. L’incontro - presieduto da Paolo Possamai, direttore de La Nuova di Venezia e Mestre e coordinato da Luigina Ferrarese Bortolato, responsabile del Gruppo culturale «Albino Luciani» - ha visto la presenza, oltre che dell’autore, anche di monsignor Gianni Bernardi, delegato patriarcale. «Bottacin era un punto di riferimento per i cittadini di Chirignago», ha detto Bernardi, «oggi il parroco ha perso questa funzione nei paesi ed è un vero peccato». Montagni ha ricordato le gesta di mons. Bottacin: «Ha costruito un asilo, un'ampia sala monumentale dedicata ai Caduti. Perfino un cinema. Quando arrivava una tempesta si metteva a pregare per i contadini e la loro terra. Pregava e piangeva, perché era un parroco di campagna nel vero senso della parola».

Tratto da La Nuova di Venezia e Mestre, del 14 settembre 2008, pag 45, Sezione Giorno/Notte

LA NOSTRA STORIA

Nei giorni della Fiera Franca, dal 13 al 18 settembre scorso, è stata realizzata la mostra dal tema “44 anni della nostra storia: 1914-1958. Aspetti di vita religiosa e civile del nostro territorio quando è parroco mons. Riccardo Bottacin” che ha illustrato alcuni aspetti di vita di Chirignago nella prima metà del 1900, riprendendo alcuni argomenti trattati nel libro “El Bonsignor” di Gianni Montagni, edito da Marcianum Press, presentato al pubblico proprio il pomeriggio del 13 settembre. La mostra è stata anche arricchita da una eccezionale esposizione di arredi sacri e preziosi accumulati nel tempo dalla nostra parrocchia di San Giorgio. Straordinario è stato l'afflusso dei visitatori e continua la distribuzione del libro, che ha raggiunto il numero di 1400 volumi, permettendo una considerevole raccolta di offerte per la poverissima missione in Costa d'Avorio di suor Renata Ferrata.

tratto da El Campanon di Natale 2008

“Cresciuto e formato nelle file dell’Azione Cattolica, e grazie all’insegnamento e soprattutto del santo mons. Riccardo Bottacin, si è impresso in me il dolce spirito dell’apostolato, la bellezza di scoprire quanto è gratificante dare più del ricevere. Il segreto: credere incessantemente nello Spirito Santo e nutrirsi costantemente dell’Eucarestia e ricorrere sempre alla preghiera, colloquiare con il nostro Signore”.
Francesco Scandolin

“Ho conosciuto don Riccardo Bottacin quando avevo 8 anni e venivo dalla parrocchia di Trivignano. Mia madre mi portò da lui perché continuassi a frequentare questa nuova parrocchia.
Era un uomo alto, sul metro e ottanta, a me sembrava un gigante. Fu per me un padre severo ed amoroso allo stesso tempo: ho perso il mio papà a 10 anni, e per questo forse lo ritenevo tale.
Continuai ad essere un chierichetto, come avevo iniziato a Trivignano con don Angelo Carretta. Da noi chierichetti esigeva serietà di comportamento. Diceva che eravamo dei privilegiati, perché testimoni di Gesù Eucarestia che scendeva sull'altare in ogni Messa. Se ci comportavamo senza questa consapevolezza, ci richiamava severamente.
Oltre che chierichetto facevo parte anche dell'Azione Cattolica come aspirante. In occasione della Comunione Generale, che si faceva dopo la Cresima, mi fece recitare a memoria una preghiera scritta da lui.
Ero appena passato tra gli juniores dell'AC quando mi fece recitare un monologo, scritto da lui, sul vizio della bestemmia: un modo arguto di fare una predica, che metteva in risalto la stupidità e l'inutilità della bestemmia stessa.
Era un sacerdote che pregava tanto. Alla mattina prima della Santa Messa, iniziava la sua giornata in chiesa. Quando non era nel confessionale, lo si trovava nel banco vicino con il breviario in mano o con la corona del rosario o con un libro di meditazioni. Salvo quelle ore che dedicava ad Ufficio parrocchiale e per il pranzo, era sempre in chiesa. Amava Dio e i suoi parrocchiani.
Sapeva che i suoi parrocchiani non erano stinchi di santi, che avevano molti difetti, ma li amava e per questo li richiamava e pregava perché si convertissero.
Durante la guerra del 1940, si adoperò perché ogni giovane che era sotto le armi o al fronte avesse un ragazzo dell'AC che, oltre a scrivergli, pregasse per lui: io avevo un marinaio imbarcato in un cacciatorpediniere. Curava inoltre la corrispondenza con i prigionieri, facendo loro pervenire notizie dei familiari e l'invio di qualche pacco.
Gli premeva, soprattutto che il tessuto sociale, i legami e gli affetti familiari non venissero incrinati o travolti dalla tragedia incombente.
Molti di coloro che abitavano vicino al parco ferroviario, per salvarsi dai continui bombardamenti andavano sfollati da parenti o presso famiglie delle parrocchie vicine. Ogni mese andava in ognuna di queste per incontrarli e celebrare la Santa Messa con loro.
Quando suonavano le sirene d'allarme, per l'arrivo delle squadriglie da bombardamento, allargava le braccia e benediceva i suoi parrocchiani tutti affidandoli alla protezione della Vergine Maria. A proposito della Vergine Maria molti di Chirignago erano iscritti alla confraternita della Madonna del Carmelo e portavano lo scapolare di stoffa sotto la maglietta. In occasione dell'alluvione del Po ospitò in Asilo alcune famiglie di Rosolina, altre furono ospitate presso alcune famiglie di Chirignago, promuovendo una gara di solidarietà verso questi sfortunati e impegnando noi dell'AC ad assisterli in ogni necessità.
Durante i giorni di Fiera, non visto, benediceva i suoi parrocchiani in festa. Preghiera e benedizione per lui volevano dire: vi voglio bene.
Tanti sono i fatti della sua vita quotidiana che potrebbero essere raccontati per meglio descrivere le virtù di questo monsignore, che si vestiva di rosso solo una volta all'anno, a Pasqua. Altri senz'altro l'avrebbero fatto meglio di me.
La sera del 4 gennaio del 1958, la sera che precedette la sua morte, tra il gruppo di parrocchiani che pregavano sotto le finestre della sua camera, c'ero anch'io. Quando è spirato ho pianto.
Gesù, nella preghiera sacerdotale, (Gv. 17,9), rivolgendosi al Padre dice: "... Non prego per il mondo, ma per quelli che mi hai affidato, perché Ti appartengono..."
Sono sicuro, caro Monsignore, che tu hai pregato e preghi tanto per quelli che ti sono stati affidati, e spero che tu abbia incluso anche me”.
Armando Spolaor

“Sono trascorsi molti anni dalla morte di Mons. Bottacin, ma il ricordo di lui in noi che abbiamo avuto la gioia ed il dono di averlo conosciuto è sempre vivo.
Era un uomo di preghiera.
Io ricordo il suo atteggiamento quando pregava: poche volte l'ho visto seduto, si capiva che era in colloquio con il Signore e c'era da parte di tutti una certa discrezione nell'avvicinarsi a lui per non disturbarlo, per non interrompere la sua preghiera.
Ricordo anche un suo gesto d'affetto avvenuto qualche anno prima della morte. Ero in filovia di ritorno dal lavoro e c'era anche lui.
Mi sono avvicinata per salutarlo; ad un certo momento lui mi ha preso la mano e vi ha messo una caramella. Quel gesto mi ha riempito di tanta gioia ed ho apprezzato la sua tenerezza perchè io non ero una bambina ma una persona adulta.
È stato uno dei piccoli gesti con i quali manifestava il suo affetto che era tanto grande per tutti. Noi sentivamo lui come cosa nostra, ci apparteneva e lui ci sentiva come suoi figli.
Il 3 gennaio 1958 mons. Bottacin era ammalato gravemente ma conservava in certi momenti la sua lucidità di mente. In quel giorno tante persone erano andate a salutarlo, volevano rivederlo per l’ultima volta e fra queste persone c’ero anch’io.
Quasi tutti i parrocchiani nei pochi giorni che rimase a letto hanno sentito il bisogno per l’affetto che avevano per lui di andare a trovarlo. Io sono andata con delle amiche verso l’ora del tramonto: ci ha conosciute e ci ha rivolto una domanda un po’ imbarazzante.
Ci ha chiesto perché tante persone in quel giorno erano andate a trovarlo.
Ricordo di avergli detto una mezza bugia, e cioè gli ho ricordato che tante persone andavano al cinema ma prima di andare al cinema avevano pensato di dargli un saluto.
A questa mia risposta mi disse con un sorriso tanto dolce di cui conservo ancora il ricordo: “allora, buon divertimento!”.
Era stato uno dei tanti modi per dirci che ci voleva bene, perché con lui noi ci sentivamo una grande famiglia e lui era come il papà di questa grande famiglia che era la parrocchia”.
Bruna Gomirato

“Devo abbassare le serrande sui miei occhi e far trascorrere fotogrammi dei miei anni verdi quando vivevo l’avventura di appartenere alla Gioventù di AC.
Il centro diocesano mi aveva affidato, per l’assistenza, le Associazioni del nord-est della Terraferma Mestrina, assistenza che comprendeva di fare l’esame di catechismo alle socie piccole e grandi iscritte alla G.F. ed allora il Maggio diventava bollente.
La Presidente dell’Associazione di Chirignago mi avvertiva che per l’esame delle sezioni minori mi avrebbe occorso tutto un pomeriggio.
Infatti una folla di bimbe mi aspettava; erano d’aspetto gentile e ben curate e la loro impazienza mi faceva tenerezza. Come si poteva fare una sola domanda quando i mesi precedenti erano stati spesi per ricordare il tutto? Di domande ne facevo più d’una e qualche bimba determinata mi indicava le domande di fine catechismo che erano impegnative.
Quante bimbe, 80, 100? sfilavano davanti a me: sarebbero state le donne del domani e pregavo affinché le determinate non diventassero arroganti, le gentili non fossero deboli, le introverse che si aprissero al dialogo.
Quando finito il mio compito il tramonto era già nel suo culmine e la filovia era già partita, dovevo scarpinare fino alla prossima fermata ché il passaggio avveniva ogni 50 minuti.
Dal sagrato della chiesa un sacerdote mi faceva cenno di fermarmi: era una figura mite dallo sguardo buono, con un talare lustro d’uso, con le scarpe lucide ma con le punte usurate. Ma era il Parroco, era Monsignore; ma niente lo distingueva per far rilevare la sua carica: era il prete di Chirignago. Egli si accostava e m’invitava di andare nella canonica ove mi avrebbe offerto un caffé. Non chiese notizie di come erano andati gli esami, ma si preoccupava della mia stanchezza. Quando la cucuma non borbottava più, monsignore si alzava e mi versava il caffè e vedendo che ero sobria nel mettere lo zucchero si rialzava e, con gesto di cavaliere antico, raddoppiava la dose.
Gli ultimi raggi del sole annegavano a ponente ed il cielo era tutto rosato.
Monsignore mi congedava e con la sua voce gentile mi diceva: “Continui nel suo apostolato”. Il cielo non era più rosato ma splendeva di luce come a pieno meriggio, la stanchezza non c’era più ma il mio piede era lesto come di cerva. E pensare che gli irriverenti miei fratelli consideravano il mio andare per le associazioni una mania, ma lui aveva detto che era “apostolato”.
Ora mi ritrovo non più con il piè veloce, la chioma si è imbianchita, il sorriso è di dentiera, alcuni decibel sono in esilio, ma se io apro il video della memoria rivedo monsignore dall’aria mite e gentile, rivedo il talare usurato, le scarpe consumate e lucide. Se apro l’audio del cuore sento quella voce cortese e piana che mi sussurra: “Continui nel suo apostolato”.
Linda Ubizzo

“…volto espressivo, occhi scuri dallo sguardo profondo, illuminati da dolcezza, impostasi come virtù fra le più importanti… Mons. Bottacin possedeva una profonda sensibilità, sempre controllata e dominata… Sembrava chiuso e riservato, ma chi lo accostava sentiva la potente attrazione della sua personalità sacerdotale. Sembrava silenzioso, dedito solo alla preghiera, eppure seppe compiere opere su opere, amare e diffondere la musica sacra e profana, improvvisare poesie e brindisi, dare risposte brevi ma sostanziose al momento opportuno…
Aveva un suo prisma particolare, che potè sembrare talora ingenuità ed era virtù voluta: prisma alla cui luce cercava di considerare e giudicare bene tutti e tutti trattare con uguale riservata dolcezza”.
Mons. Primo Zanardi

“Ho avuto la fortuna di ricevere Mons. Bottacin qualche sera per il caffè a casa mia, a due passi dalla vecchia canonica, cosa straordinaria perché egli usava recarsi nelle famiglie solo per ragioni di ministero o per porgere un aiuto.
Raccontava spesso aneddoti, le sue esperienze con persone più diverse, giustificava chi non si comportava bene, ora con una battuta, ora esclamando “Poveretto, non sapeva!”.
Perdonava e faceva perdonare, faceva fare pace nelle famiglie, fra i vicini, nelle questioni di interesse. Riceveva ed ascoltava tutti e sempre con una parola giusta. Stava così tanto in chiesa che lo sentivo presente anche quando fisicamente non c’era.
Quando suonava l’allarme aereo, molti di noi correvano a rifugiarsi nella cella del campanile, Monsignore entrava in chiesa a pregare.
Aveva molti interessi culturali come la musica ed il teatro, scrisse alcuni “scherzi” di commedie per la Filodrammatica di Chirignago che si esibiva anche fuori paese. Sono stati anni di grande partecipazione: ci si conosceva tutti e si condividevano gioie e dolori in quella grande famiglia che era la parrocchia dal Bottenigo ai Frassinelli, dalla Giustizia ad Oriago”.
Arturo Lazzarini

“L’Azione Cattolica e l’asilo delle nostre suore erano per le giovani un riferimento costante. A queste realtà Mons. Bottacin rivolgeva una attenzione particolare, incoraggiava l’impegno ed aveva per tutte noi una parola edificante. Molte erano le iniziative dell’anno liturgico, ricordo come ora l’importanza e la serietà con cui vivevamo la novena dell’Immacolata.
Della bontà e della carità di Mons. Bottacin non si parlerà mai abbastanza, quello che però ancora mi indigna è il cuore duro di quanti, pur aiutati da lui, non hanno riconosciuto la sua bontà disinteressata per ragioni politiche. Infatti durante le elezioni politiche del 1948 in un seggio del paese, dove Monsignore si era recato a votare senza documento di indentità personale, è capitato che nessuno volesse riconoscerlo e solo le vive proteste di un elettore presente modificarono le cose.
Ma Monsignore perdonava tutto sempre e tutti.
Per questo l’indimenticabile dott. Emilio Dal Lago diceva che a Chirignago c’era un santo e mezzo, alludendo al parroco alto di statura fisica e spirituale e al cappellano don Romeo Carniato, di statura bassa ma altrettanto degno. Sono stati un binomio eccezionale di fede vissuta”.
Maria Borghetto

“Fui presidente della Gioventù Femminile di Azione Cattolica per lunghi anni e Mons. Bottacin mi fu sempre maestro e guida, nella gioia e nel dolore, nel successo e nell'insuccesso, poiché queste sono le tappe della vita! Catechismo - giornate di studio - settimana della giovane - santi ritiri - santi esercizi - scuola di canto - novena dell'Immacolata - festa del tesseramento. Ogni prima domenica del mese era una festa particolare con santa Messa e santa Comunione comunitaria rallegrata con i nostri bei canti, e in quella celebrazione la gente veniva più numerosa del solito.
Era un Padre buono, di carità, di fede, di preghiera; quando per motivi di apostolato dovevo conferire con Lui, per mettermi d'accordo sui vari programmi da svolgere, lo cercavo e spesso lo trovavo in chiesa a pregare; ancora oggi mi pare di vederlo tutto assorto, quasi estatico, da provare tanto timore e nello stesso tempo tanta venerazione che me ne stavo silenziosa ad aspettare, finché si accorgeva della mia presenza. Era un sacerdote sempre disponibile; la sua casa era sempre aperta a tutti; dava, inoltre, tanta libertà di lavorare nella chiesa del Signore, specialmente a noi laici e anche ai suoi cappellani. Benché anziano il suo cuore era sempre giovane, semplice ed ottimista. Aveva una parola per tutti, un buon consiglio, anche qualche piccolo rimprovero, ma lo faceva così paternamente da non offendere nessuno. La sua grande generosità, la sua grande carità verso il prossimo non aveva confini.
Ho presente nei miei ricordi quella ciotola di legno che stava sopra la credenza, appena si entrava a sinistra, in cucina della canonica: al mattino era piena di monete, che a quel tempo avevano il loro valore, e al pomeriggio era sempre vuota”.

“Non posso dimenticare le domeniche dei pomeriggi d'estate, dopo i vespri, nel cortile dell'asilo, sedute attorno a lui, con le suore mentre raccontava qualche barzelletta o qualche aneddoto trascorrendo così le ore in lieta compagnia. Sapeva essere allegro, benché le cose in paese non andassero tanto bene e gli davano dei dispiaceri”.
Maria Borghetto

“Quando è mancato Mons. Bottacin, facevo parte del servizio d’ordine organizzato per l’accorrere delle persone che sfilarono incessantemente prima ai piedi del suo letto durante l’agonia e poi di fronte alla sua salma in chiesa prima del funerale.
Le nostre campane, cosa che da anni non succedeva più, furono suonate a martello, ininterrottamente, azionando i battagli direttamente dalla cella campanaria, per tutta l’agonia e non c’era allora il sistema elettrico. Quel suono invitava tutti a pregare.
La Messa del funerale, celebrata dal Patriarca Angelo Giuseppe card. Roncalli (a pochi mesi dall'elezione a papa con il nome Giovanni XXIII), con 70 sacerdoti, richiamò una folla mai più vista nella nostra piazza: un mare di teste, tutta la parrocchia e tanta gente da fuori, perché si trattava di un uomo eccezionale. Era un padre che si interessava di piccoli e grandi, di credenti e non, senza distinzione. Il suo insegnamento cadeva su un terreno reso fertile dalla sua testimonianza”.
Sandro Cesare

“Anch’io ho avuto la fortuna di conoscere Mons. Bottacin e di collaborare al suo fianco in tante iniziative. E fra tutti gli aspetti della personalità di questo sacerdote, per primi, emergono dai miei ricordi la sua carità e la sua umiltà: alla proposta della nomina ad Arciprete del Duomo di San Lorenzo di Mestre si dichiarò non degno ed all’insistenza di chi lo voleva vestito di rosso nelle feste solenni, in quanto era Monsignor Protonotario Apostolico, cedeva solo di rado per stretta necessità”.
Angelo Romanello

“Mons. Bottacin era un punto di riferimento: quando lo penso lo vedo ancora in chiesa, inginocchiato in preghiera, anche con il freddo più forte. Era sereno, buono, ma la sua calma veniva da un esercizio di controllo e di pazienza; per noi giovani organizzava una cosa dopo l'altra ed aveva una barzelletta sempre pronta. Ne ricordo una di caratteristica perchè gioca sul detto A Chirignago se pianta fasioi e nasse maravegie:
Due donne di casa bisticciano, perché una al piano superiore pianta fagioli sul balcone e li annaffia bagnando quella di sotto. Questa persa la pazienza chiama i fascisti in aiuto: quando la signora del piano superiore se li vede davanti esclama: “Non pensavo proprio che a Chirignago piantando fasioi vegnesse su fassisti!”.
Bruno Gomirato

“A Chirignago ci sono stati veri personaggi. Il primo è mons. Bottacin, "un Dio in terra", che io ho avuto la fortuna di conoscere da vicino per tanti anni e di assistere durante l'agonia fino alla morte, perchè prestavo qualche aiuto alla sua perpetua. Era un sacerdote santo, buono, pronto a fare sempre la carità anche con i suoi oggetti personali, tanto che la famiglia di Salzano gli ha rifatto più volte il corredo di biancheria personale. Davanti al cancello della canonica ogni mattina si formava una coda di poveri: molti del luogo e tanti altri sfollati della Giudecca, altri ancora dei paesi vicini; alcuni poi con l'elemosina ancora in mano passavano a bere all'osteria. La sua perpetua brontolava per questo, ma lui non voleva sentire ed accettava tutti per non mandar via per sbaglio anche un solo povero vero. Di mons. Bottacin si potrebbe parlare per giorni...”.
Carlotta Ferrarese Benvegnù "Canevea"

“... Grandinava? E lui in camera a piangere, letteralmente. E magari la domenica dopo "Vuol dire lei due parole oggi? Io non me la sento, povera gente!" E un giorno che pioveva proprio che "Dio la mandava", non diede via senza accorgersi, anche il mio ombrello? E altra volta, che pure scrosciava, non vidi una povera donna allontanarsi con la testa coperta da un tappeto da tavola? E quando donò via la pignatta bollente con la carne dentro? Ma che cosa non spariva dal suo povero guardaroba... E che fatica persuaderlo a provvedersi almeno dell'indispensabile... Aveva sempre troppo per sé!...”.
Padre Romeo Carniato

“... aveva una voce bellissima. Quando intonava i canti liturgici in chiesa ti faceva venire i brividi. La messa cantata era un capolavoro, c'era anche un coro magnifico, e lui aveva la voce di un cantante, ce l'ho ancora nelle orecchie...”.
Bianca Ferrarese

(Il coro che accompagnava le Rogazioni) "gera formà quasi sempre dai soliti, tra i quali se sentiva forte la vose da basso de Giulio Boro (un vecio ferovier, vestio sempre de scuro, co la giacheta sbotonada e sul gilè na caena co un reogio ch’el pesava mezo chilo) e la bela vose da soprano de la Maria del quarto che però la finiva la strofa sempre un poco dopo i altri (el Bonsignor, che de musica el se ne intendeva, el se voltava e el ghe dava ‘na ociada, par dirghe che la andasse a tempo, ma quela ga continuà a sbagliar ancora par anni)".

"El Bonsignor (per far divertire i bambini dopo la Prima Comunione), el ghe faseva i zoghi de prestigio: el gera cossi bravo che el faseva restar co la boca verta sia i picoli che i grandi. Robe da gnente, ma gera tanto belo e gerimo tanto contenti".

"La settimana dopo Pasqua, el Bonsignor ciamava tuti i zagheti par el rendiconto anuale. Se ’ndava sol so studio, lu gera sentà a la scrivania e noaltri so un vecio canapè o sol pavimento de legno.
El tirava fora un libreto, dove el gaveva segnà tute le presense a le Messe e a le uficiature de ognuno. El faseva i conti: tante Messe a ventisinque schei de la serca, el tirava el totale e el ghe dava quel che ghe spetava.
I batisi e i matrimoni no gera contai, parchè se ciapava la mancia al momento. Par i funerai el ghe pagava, apena finio, do franchi se portavimo el Cristo e un franco e mezo se portavimo i farai.
Un zagheto, co na presensa media, se ciapava, in un anno, un par de scarpe, che le costava so i sinquanta franchi".

“Abbiamo tutti ben presente il busto di mons. Bottacin che sta sopra la sua tomba, ma non sono molti quelli che ne conoscono l'origine.
Dopo la morte di mons. Bottacin, fu costituito un apposito Comitato che, in accordo con il nuovo parroco don Albino Tenderini, destinò i fondi raccolti tra le famiglie alla realizzazione di una lapide commemorativa con busto in altorilievo da sistemare in chiesa, affidandone l'incarico ad uno scultore professionista: Remigio Barbaro di Burano.
Questa decisione funzionò da stimolo per almeno due motivi: c'era innanzitutto, il fermo desiderio di rendere autonomamente omaggio ad una persona il cui rimpianto era unanime e sincero e c'era, inoltre, il desiderio di mettere a frutto le capacità acquisite realizzando, perchè no, in casa e con le proprie forze, un'opera da dedicare al
"Bonsignor" (una storpiatura linguistica che era il ritratto autentico della persona).
Si decise di fare un busto, "a tutto tondo", in bronzo, da realizzare con la tecnica antica della fusione "a cera persa": la stessa dei greci, dei romani, del rinascimento, ecc...
Si trattava di una sfida e di una scommessa notevolissime; tanto più se si pensa che nessuno aveva esperienza diretta su un'opera simile.
Ma a Chirignago gli ingredienti per realizzarla c'erano tutti: c'era il gruppo affiatato, con le sue capacità individuali e poi... c'era anche la fonderia!
La
mitica fonderia di Gino Gobbi che, almeno come aspetto, non aveva proprio nulla da invidiare ad una fonderia antica (Benvenuto Cellini, tanto per dire, vi si sarebbe ambientato in 5 minuti).
Non aveva, però, alcuna esperienza di fusioni artistiche.
Ci voleva ben altro, comunque, per intimorire un artigiano di grande mestiere, grande talento e grande cuore qual era Gino Gobbi! Infatti, com'era nel suo carattere, accettò ben volentieri la sfida.
Così, alla metà di Gennaio del 1959, l'impresa partì cercando anche l'aiuto di maggiori notizie in testi antichi e negli appunti di un ex fonditore artistico veronese.
Giorgio Cagnin (28 anni: una mente feconda di idee creative e dotato di un'eccellente manualità artistica) realizzò il busto in creta con l'aiuto di alcune foto ma basandosi soprattutto sul ricordo diretto della cara figura rappresentata in un abituale atteggiamento di raccoglimento e preghiera.
In breve tempo furono poi realizzate le altre fasi preparatorie: il rivestimento di cera, il calco in gesso, ecc... con la collaborazione anche di Olindo Zambolin (21 anni) fresco di Accademia.
Si lavorava di notte, in un capannone parecchio arieggiato, in pieno inverno.
Alcuni testimoni dichiarano che, tra i materiali, fu usata una certa quantità di grappa, anche se non era espressamente prevista dalle scritture...
La prima, emozionante, fusione, eseguita da Gino Gobbi, risultò solo con poche, piccole imperfezioni, ma fu subito deciso che si sarebbe rifatta.
La seconda venne proprio come ci si aspettava. Così, dopo la rifinitura eseguita con la collaborazione del gruppo, il busto era pronto e grande fu la soddisfazione di tutti per il risultato ottenuto.
Il trasporto - eccezionale! - vide come protagonisti Berto Bettin (al secolo: Umberto Vanin, vicino di casa della fonderia) e la sua carriola...
Partendo da dove ancor oggi esiste, ma ben più moderna, la fonderia Gobbi (proprio di fronte a dove si trova, ora, la Via Mons. Riccardo Bottacin) si percorse Via del Parroco e si arrivò al cimitero dove il busto fu deposto, all'imbrunire e in forma del tutto anonima, là dove ancora si trova.
Alcuni anni dopo il suo primitivo basamento in legno fu sostituito da un pregevole e più adeguato supporto in ferro battuto realizzato da Bruno Gomirato che, in occasione del cinquantenario della morte di mons. Bottacin, è stato restaurato e completato.
La scommessa era stata vinta ed aveva ottenuto tre risultati:
1) si era riusciti a realizzare un'opera ambiziosa che, a detta di tutti, assomigliava davvero a mons. Bottacin!
2) il prodotto era quanto di più "nostrano" poteva esserci; di sicuro il regalo più gradito da chi, come mons. Riccardo Bottacin, amava la semplicità ed era molto attaccato al paese sul quale aveva riversato i frutti delle sue qualità migliori.Giorgio Cagnin accanto alla tomba di Mons. Riccardo Bottacin
3) l'omaggio, spontaneo e dettato dal cuore, era partito da un gruppo che, non particolarmente legato all'ambiente parrocchiale, era riuscito ad interpretare - senza alcun dubbio - i sentimenti profondi di affetto e gratitudine che quel sacerdote aveva saputo suscitare in tutta (proprio tutta!) la Comunità Chirignaghese. La forma anonima era, quindi, la più adeguata per quel simbolico gesto che, oggi, viene ricordato e precisato solo quale notizia storica”.
Stefano Simioni

INTRODUZIONE ALLA CELEBRAZIONE
PER IL 50° ANNIVERSARIO DELLA MORTE
DI MONS. RICCARDO BOTTACIN

La celebrazione che ci riunisce questa sera vuole ricordare nella preghiera l'amato parroco mons. Riccardo Bottacin, che guidò questa comunità di San Giorgio di Chirignago, dal 1914 per 44 anni, e che terminava i suoi giorni terreni 50 anni fa, proprio il 4 gennaio 1958.
La celebrazione viene presieduta dal vescovo della diocesi di Treviso, mons. Andrea Bruno Mazzocato al quale rivolgiamo il nostro più cordiale saluto. Il pastore della Chiesa di Treviso, onorando con la sua presenza la nostra comunità, ci ricorda come a quella Chiesa sia appartenuta anche la nostra parrocchia fino al 1927 e come mons. Riccardo Bottacin si sia formato nel seminario di Treviso ed abbia fatto parte del clero di quella diocesi per numerosi anni del suo ministero.
Gli altri concelebranti sono il parroco della nostra comunità, don Roberto Trevisiol, il segretario del vescovo, i sacerdoti don Oreste Maiolini e don Ivone Bortolato del Centro "Don Orione" di Chirignago, i parroci delle vicine parrocchie di Spinea dei SS. Vito e Modesto e di S. Maria Bertilla, il parroco di Salzano, paese natale di mons. Bottacin, il parroco della vicina parrocchia della Madonna della Salute di Catene, nata dalla comunità di Chirignago.
L'assemblea è onorata anche dalla presenza di numerosi parenti di mons. Riccardo Bottacin, nipoti e pronipoti che con grande gentilezza hanno accettato il nostro invito.
Se qualcuno chiedesse il senso di questa celebrazione, potrebbe essere solo una persona estranea alla nostra terra, perchè la figura di mons. Riccardo Bottacin, le sue doti di uomo e di sacerdote, prima fra tutte la sua instancabile carità verso i poveri ed i sofferenti, è patrimonio comune della nostra storia locale, è memoria ancor viva nel cuore dei più anziani già testimoni oculari, è conoscenza acquisita in tanti giovani. Lo dimostra il fatto che quanto stiamo per celebrare è cosa condivisa da tutti ma richiesta inizialmente dai giovani che hanno conosciuto mons. Bottacin attraverso i racconti delle loro famiglie, avvalorati poi da qualche ricerca storica personale.
La vita, le opere, la fede e l'umanità di questo nostro amato sacerdote sono una tale eredità che la nostra comunità, per meglio valorizzarla e trasmetterla, inizia questa sera un percorso che si snoderà lungo l'intero anno 2008.
La prima tappa è dunque questa celebrazione ma anche quanto vivremo questa sera stessa, alla fine della Santa Messa, quando usciremo in processione dalla chiesa per portarci in piazza per lo scoprimento e la benedizione di una targa in marmo con la seguente iscrizione:
"In questo edificio, già casa dei parroci di Chirignago, mons. RICCARDO BOTTACIN, amato pastore del suo popolo, chiuse la vita in Cristo il 4.1.1958". Poche parole, formulate da mons. Antonio Niero, noto storico della Chiesa di Venezia, che si uniscono a quelle che si trovano già in questo edificio vicino all'ingresso della sacrestia ed a quelle incise presso la sua tomba nel nostro cimitero.
La targa che benediremo questa sera è posta sulla parete della vecchia canonica, dove è spirato mons. Bottacin, a pochi metri dal luogo che ha visto raccogliersi spontaneamente nel silenzio e nella preghiera lungo i tre giorni della sua agonia, nel gennaio 1958, una folla commossa e certa, senza ombra di dubbio, che stava per lasciare la terra e salire al cielo un uomo santo, un sacerdote santo. Era ed è il sentire diffuso di un popolo testimone della vita di un parroco ricco di fede, di speranza ma soprattutto di ardente carità. Uscendo dalla chiesa avremo in mano una luce, non per allontanare il buio ma per esprimere memoria e riconoscenza.
Un'altra tappa sarà in seguito una mostra, la seconda domenica di settembre 2008, con la quale illustreremo la figura di mons. Bottacin e le sue opere assieme agli aspetti salienti della nostra storia e della nostra tradizione negli anni del suo ministero a Chirignago.
Una terza tappa sarà la pubblicazione di un volume che contenga testimonianze edite e non e documenti dell'archivio parrocchiale sulla figura di questo indimenticabile parroco, volume che sarà presentato al pubblico entro questo anno.
Infine, la celebrazione che stiamo per iniziare esprima al Signore lo stupore e la gratitudine per i segni abbondanti del suo Amore di cui è stata ed è oggetto la nostra comunità di San Giorgio. Amen.
Chirignago, 4 gennaio 2008

Venerdì 4 Gennaio c’erano tutti!
Tutti intendo quelli che ci dovevano essere, molti anche da “fuori”. Abbiamo trovato una intensa ed intima partecipazione ai ricordi di una giovinezza vissuta nella chiesa (e dintorni) con sempre presente la figura paterna, silente ma attenta ai fatti e vicende non solo della vita parrocchiale, ma della vita di ognuno di noi.
Il “Bonsignor” (che già allora chiamavamo così) conosceva personalmente ogni suo parrocchiano, anche i più lontani nell'estesa campagna, dai Frassinelli al Bottenigo, ma soprattutto i più lontani dalla Chiesa e dai Sacramenti.
Questi i più vicini al suo cuore.
Di loro si informava costantemente. Venerdì 4 Gennaio 2008, c’erano.
La semplice ma solenne celebrazione a cui spontaneamente molti hanno messo a disposizione i loro “talenti” ha commosso anche coloro che non lo hanno conosciuto. Il Vescovo di Treviso ha bene interpretato i sentimenti di riconoscenza che anima quanti ricordano questa figura di Sacerdote, di Padre, di Pastore.
I sacerdoti presenti, in primis il nostro parroco don Roberto attraverso i racconti di quanti di noi che conoscevano il Bonsignor hanno condiviso speranze e vicissitudini si sono accorti che Chirignago ha avuto per 44 anni una guida ed un costante riferimento.
Grazie a tutti i giovani e non più giovani; grazie al suo Coro "Lorenzo Perosi", grazie alla diocesi di Treviso e di San Marco. Grazie al nostro Giovanni Scaggiante che con la sua arte ha fatto rivivere il Monsignor che non voleva essere vestito di rosso e si doveva forzare, nelle grandi occasioni (ora l’abbiamo sempre).
Un grazie particolare al Gruppo Culturale "Albino Luciani" indispensabile in questi casi e non solo in questi.
Tutti i diversamente giovani ancora presenti hanno vissuto una memorabile Eucaristia con un pensiero per quanti avranno festeggiato direttamente con lui questo “anniversario”.
Con costante simpatia.
Angelo Romanello

Ho partecipato con grande gioia alla commemorazione nel 50° anniversario della morte di mons. Bottacin che ho conosciuto personalmente.
Il Vescovo di Treviso ha sottolineato in modo bello quella che è stata la caratteristica principale della sua vita: la preghiera e la carità.
Mentre ricordava alcune testimonianze a me sembrava di vedere Mons. Bottacin vicino all’altare della Madonna quando pregava, era talmente assorto che il suo atteggiamento invitava anche noi alla preghiera. Verso la sua persona sentivi solo ammirazione perché l’amore trapelava dal suo sguardo dolce e rispettoso verso tutti. La scelta del posto dove è stata messa la targa che lo ricorda non poteva essere migliore e spiego il perché. Io sono testimone di un episodio avvenuto nel 1948 . Ero con alcune amiche, in occasione della Fiera Franca, in piazza vicino alla canonica in attesa dei fuochi di artificio. Nel 1948 ci sono state le elezioni e a Chirignago avevano vinto i comunisti. Mons. Bottacin aveva sofferto molto perché non prevedeva che i suoi parrocchiani si comportassero così. Ebbene quella sera la piazza era strapiena di persone. Ad un certo momento abbiamo visto monsignore che si era affacciato alla finestra, che si trova sopra la targa, che in continuazione benediceva la sua gente. Quando si è accorto che noi lo guardavamo si è ritirato.
Noi abbiamo interpretato il suo gesto così: questa sera qui ci sono tutti e li posso raggiungere. Era un gesto di grande amore. Ho ricordato questo episodio per non dimenticare.



Cara Gente Veneta, il 4 gennaio scorso ho partecipato nella parrocchia di Chirignago alla commemorazione del 50° anniversario della scomparsa di mons. Riccardo Bottacin, che fu per 44 anni parroco di questa comunità.
La solenne liturgia è stata presieduta dal Vescovo di Treviso mons. Andrea Bruno Mazzocato, perché da quella diocesi mons. Bottacin proveniva, con la partecipazione di don Roberto Trevisiol, parroco di Chirignago, e dei vari sacerdoti di Salzano, suo paese natale, Spinea, dei sacerdoti orioniti della comunità di Chirignago e di don Lio Gasparotto, parroco della prima parrocchia di Catene costituita da mons. Bottacin alcuni anni prima della sua scomparsa.
La cosa che più mi ha colpito e sorpreso è stata l’affollata partecipazione della comunità di San Giorgio, che dopo 50 anni ha ricordato il proprio pastore per quanto di bene ha realizzato, per la sua fede, la sua spiritualità, per l’amore che ha riversato verso i suoi parrocchiani, guidando la parrocchia, come è stato ben documentato, in un lungo periodo dalla prima alla seconda guerra mondiale. Il vedere l’affollata parrocchia di Chirignago mi ha fatto riflettere e trarre una considerazione: quanti sacerdoti dopo 50 anni dalla loro scomparsa possono sperare in una commemorazione così partecipata e solenne? Vuol dire che mons. Bottacin è stato veramente un santo e umile sacerdote e le opere buone che ha esercitato sono state ricambiate con l’affetto che la comunità gli ha voluto dimostrare.
Il raffronto con il modo di vita di qualche sacerdote di mia conoscenza dovrebbe far meditare: mai un viaggio all’estero, mons. Bottacin ha sempre amato il suo popolo, è sempre stato umile con tutti, ha sempre sostenuto l’Azione Cattolica e il suo coro; non è mai stato superficiale nei suoi atteggiamenti ma un sincero sacerdote; morto in miseria perché quanto aveva lo donava ai poveri della sua parrocchia. Il suo trapasso, avvenuto la sera del 4 gennaio 1958, ha visto sotto le sue finestre per tre giorni la comunità di Chirignago che con la preghiera l’accompagnava. Si dice che la piazza era gremita di persone accorse anche da altre parti. Bella testimonianza di un prete che Chirignago ricorderà ancora per molto tempo. Preti di questo stampo desideriamo vederne ancora nella nostra Chiesa veneziana.
Giuliano Tempo, da Gente Veneta n.3 del 19 gennaio 2008

Leggi anche il ricordo di mons. Odino Spolaor