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MONS. RICCARDO BOTTACIN:
IL RICORDO DI MONS. ODINO SPOLAOR
NEL XXV ANNIVERSARIO DELLA MORTE (1958-1983)

Mons. Riccardo Bottacin e Mons. Odino Spolaor ritratti da Giovanni Scaggiante

Nel 1983 mons. Odino Spolaor commemorava la figura di sacerdote e di uomo di mons. Riccardo Bottacin, nel XXV anniversario della morte, in modo che le sue parole, come spesso accadeva, erano motivo di commozione ed entusiasmo per quanti le stavano ascoltando.
Quelle parole vengono ora qui pubblicate per quanti hanno piacere di ricordare il sacerdozio di mons. Bottacin e per quanti volessero per la prima volta attingere a ciò che è ormai divenuto prezioso “patrimonio” della nostra comunità cristiana.

 

… Buona sera a voi tutti e grazie al Rev.mo Arciprete che ci ha offerto questa opportunità di ritrovarci a rinverdire i nostri anni rievocando un passato non molto remoto dal quale si staglia una figura imponente di Sacerdote a noi cara e nota.
Prima di cominciare, devo farvi una confidenza. La richiesta rivoltami dall’Arciprete di ricordare il “Bonsignor” mi ha messo in imbarazzo e sul punto di rifiutare.
L’avevo conosciuto ma non più d’altri. Molti altri hanno avuto consuetudine di vita, per anni sono vissuti quali diretti collaboratori.
Sono disponibile – risposi – qualora non trovasse altri”. Ma i tempi ristretti, il rischio di insorgenti difficoltà, il timore di ulteriori rinvii hanno persuaso lui ad insistere garbatamente e me ad accondiscere di buon grado.
Sinceramente avrei preferito, anch’io, stasera, essere dall’altra parte ad ascoltare e sono convinto, ancora, che moltissimi dei presenti potrebbero benissimo stare da questa parte ad offrirci una testimonianza edificante ed inedita.
Comunque non mi sono esonerato. Sono qui per adempiere volentieri ad un dovere che considero sacrosanto: fare memoria non di un morto venticinque anni fa, ma parlare di una persona cara che si è allontanata da noi – è stata chiamata altrove, è viva nel nostro spirito – lontana dagli occhi non dal cuore. Chiedo, in anticipo, scusa a tutti se qualcosa involontariamente dimenticherò mentre tenteremo di guardare attraverso i pochi spiragli l’uomo, il sacerdote e il parroco.
Penetrare dentro in ciascuno di questi aspetti non è impresa facile. Il “Bonsignor” non parlava di sé. Tutto ciò che riguardava la sua persona custodiva con rigorosa riservatezza. La sua modestia non concedeva ad alcuno di sproloquiare e sono certo che se fosse qui seduto sarebbe nelle spine, contrastato e mortificato.
Adesso, però, non possiamo fare a meno di andare contro per obbedire ad un precetto evangelico: “Nessuno accende una lampada e la mette sotto il secchio, ma viene collocata sul portalampade per fare luce a quanti sono nella casa”. E per tutti noi fu una guida luminosa, una luce accesa.

L’uomo
Leggo dall’anagrafe: Bottacin Riccardo, figlio di Alessandro e di Adele De Momi, nato il 4 gennaio 1876.
In famiglia Riccardo fu il primo dei nove figli che, alla Villetta di Salzano, allietarono quel Focolare.

La fanciullezza
La fanciullezza trascorse sotto la guida di quegli educatori, papà e mamma, attenti che il bambino crescesse nella serenità, ma fosse allenato da un’impronta seria e forte.
L’educazione religiosa si consolidò nella parrocchia di Salzano e la sorte di abitare una casa, già residenza estiva di patrizi veneziani, gli offriva, fuori della soglia di casa, l’Oratorio – una chiesetta privata dedicata a San Francesco. Restata, poi, la mèta, ogni 4 Ottobre, per una capatina in allegra compagnia dei suoi seminaristi.
Frequentò a Salzano le prime tre classi elementari, a Mirano le altre. Mons. Menegazzi, arciprete di Salzano, notò quel ragazzo di buona indole, pio e intelligente, dotato già di una sua personalità e intuendo i segni di una vocazione, s’adoperò perché potesse entrare nel Seminario di Treviso.
Cominciò così la preparazione al sacerdozio. Con chiarezza di propositi e forte impegno superò gli anni del ginnasio, liceo e teologia anni d’intensa applicazione spirituale ed intellettuale.

L’avvio al Seminario e l’ordinazione sacerdotale
L’archivio del Seminario di Treviso custodisce la scheda personale del chierico Bottacin e ci consegna un lusinghiero giudizio: Pietà distinta, studi superati con voti significativi, tutti 9 e 10 in teologia. Il giudizio è formulato in latino. Di lui è scritto: “maxime laudabilis”. Come dire dieci e lode in tutto.
A poco più di ventidue anni, il 26 luglio 1898 dal Vescovo Mons. Apollonio fu ordinato sacerdote e inviato cappellano a Spresiano.
Due anni, tanto il tempo che vi restò, furono sufficienti perché trovasse conferma il giudizio espresso dal Seminario e considerato già maturo e idoneo per assumere l’ufficio di Vicario adiutore cioè con diritto a succedere al Parroco di Lancenigo.
Il giovanissimo parroco, aveva 25 anni, dev’essere stato un prete piuttosto d’eccezione, se i vecchi parrocchiani un po’ alla spicciolata e molti in gruppo con due corriere arrivavano a Chirignago, a distanza di quaranta anni, per rivederlo, reincontrarlo e, del periodo che rimase in mezzo a loro, ne parlavano con rispetto e ammirazione, come di un prete esemplare.
A Lancenigo si rivelò pastore zelante, pieno di genialità ed intraprendente, uomo che parlava poco e realizzava molto.
La costruzione di quella che allora veniva chiamata sala degli interessi sociali – specie di patronato con finalità sociali. E ancora la costruzione e l’avviamento di una fornace di laterizi col duplice scopo; dare lavoro agli uomini disoccupati e poter ottenere i fondi necessari, oltre che le pietre indispensabili, all’ampliamento della Chiesa parrocchiale.
Il sacerdote era andato forgiandosi prima negli anni di Seminario e poi verificandosi e arricchendosi di solide virtù nell’esperienza pastorale del ministero.
Virtù facilmente intuibili, anima del suo apostolato, che affinò durante il lungo periodo di Parroco a Chirignago.
Qui approdò a soli 38 anni, l’11 ottobre 1914 succedendo al Venerando Mons. Giambattista Buso, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale e vi restò fino alla morte avvenuta il 4 gennaio 1958.
Di lui potremo ripetere le parole dell’Evangelista Giovanni: “Ci fu un uomo, inviato da Dio, (chiamato Riccardo). Venne come testimone per testimoniare in favore della luce, affinché tutti credessero per mezzo suo”.
L’epigrafe del trigesimo ci conferma questo, quando lo descrive “Anima di elette virtù, sulle orme di Gesù, Eterno sacerdote, fu singolare esempio di pietà, rinuncia, umiltà e carità”.
Quando ricevette l’Ordine sacro il suo Vescovo gli aveva comandato: “Imitamini quod tractatis”, cioè di diventare santo come la realtà sulle quali ogni giorno avrebbe rinnovato il prodigio: per poter parlare con l’esempio.

Il Sacerdote
Il sacerdote, per sacra ordinazione, è elevato alla dignità d’essere il continuatore di Cristo nel tempo.
Gesù, figlio di Dio fattosi uomo, è la rivelazione del Padre; il sacerdote è la rivelazione di Dio.
Dio, scrisse Sant’Ireneo, avrà sempre da insegnare e l’uomo avrà sempre da apprendere da Lui. La scienza del sacerdote non potrà venire che dall’alto: dall’interiorità della sua comunicazione con Cristo.
Andare a mendicare il proprio sapere alla fonte degli uomini è decadere nel regno dell’effimero, è discendere ai compromessi terrestri, un costruire sulla sabbia mobile della caducità, un degradarsi alle cose, piuttosto che una elevazione di esse alla sublimità dello spirito e una redenzione delle anime dai coinquinamenti della materialità.
Dante Alighieri nel XXIX canto del suo Paradiso scrive:
Non disse Cristo al suo primo convento
“Andate e predicate al mondo ciance
ma diede lor verace fondamento”.
Prima condizione del sacerdote è la condizione del discepolo: essere suscettibile di sviluppo. Egli non vale tanto per quello che è quanto per quello che può divenire.
Ad un patto: che si tenga unito e che di ora in ora cresca nell’intimità di Cristo, per ascoltare sul petto di Lui l’inesauribile eloquio dello Spirito Santo: “Egli vi insegnerà ogni cosa e vi suggerirà tutto ciò che vi ho detto” (Giovanni 16, 26).
E se è vero discepolo si abbandona fiducioso nel Maestro perché gli crede e lo ama. Vi si abbandona non nell’attesa quietistica che tutto sia fatto da Lui, ma perché in Lui riconosce il principio energetico del suo perfezionamento. Ascolta la Parola, e nella Parola misura le parole degli uomini. Allora soltanto potrà attuare con efficacia la sua seconda condizione di sacerdote: essere maestro agli altri in una perennità di insegnamento.
La catena non può infrangersi, senza effetti funesti, neppure nella continuità dello spirito informatore: dal Padre a Cristo, da Cristo al sacerdote, dal sacerdote ai fedeli.
Il monito vale anche per coloro che, nella Chiesa, avranno la mansione d’insegnare: “se rimarrete fedeli alla mia parola sarete veramente miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.
Un magistero avulso, staccato dalla discepolanza a Cristo non ha senso nella fede cristiana ed è pur sempre fatua e arrogante pretesa ovunque si verifichi. È così che in un mondo cristiano non è esatto parlare di umanesimo nel senso con cui si discorre con accanimento negli ambienti letterari: quello è un ritorno ai postulati di una mentalità pagana.
Il cristianesimo, con il dono gratuito della Grazia, è superamento della pura umanità, solleva l’uomo al di sopra di se stesso.
Il cristiano vive una vita che non è più propria dell’uomo, ma è propria di Dio: rigenerato in Cristo, partecipa della natura stessa di DIO.
Questa lunga parentesi dottrinale, queste considerazioni erano state assimilate dal sacerdote Bottacin Riccardo, erano diventate convincimenti interiormente radicati, lo schema e il criterio nel suo sacerdozio.
Il sacerdote, più di ogni altro, deve tenersi sconfinato nella eternità per operare più fruttuosamente nel tempo, disincarnarsi nell’al di là per poter rendere opera di salvezza la sua incarnazione con le realtà dell’al di qua.
La bontà, ritmata nell’eroismo della dedizione in Dio, inizia appunto la linea di quei termini che, ancorati nel cielo, si incuneano salutarmente nella vita e rendono migliori.
Cos’è che concederà al sacerdote di far fiorire, anche negli altri, la santificazione, di giorno in giorno, in tutte le circostanze, sotto tutte le forme? Di dove tanta forza che lo farà essere uomo tra gli uomini e insieme superiore agli uomini, al di sotto degli angeli e insieme al di sopra dei cori celesti?
Certo la misura del suo fascino è la risposta nella misteriosa dignità conferitagli da Dio. Ma un contributo non meno valido e accostante, sebbene più umano, risale dalla pratica più profonda delle sue virtù sacerdotali, maturate negli anni del suo sodalizio seminaristico e rivissuto con abnegazione e interiorità della vita di poi.
Egli, giovane prete, di suo non ha più nulla: intelligenza e cuore, corpo e anima, tutto ha messo a disposizione di Dio, tutto ha devoluto a servizio dei fratelli sotto la direzione di Cristo.
Con le promesse di castità, di obbedienza e di una vita povera si è immunizzato dagli assalti del terrestre e, se non si ripiglia ciò che liberamente ha donato, potrà riuscire sempre vittorioso nella sua vita e nella sua azione. Scrollando dal proprio spirito il pesante fardello dell’essere e dell’avere, rompendo i vincoli che lo avrebbero trattenuto nella rete del suo piccolo io e nella prigione della carne e delle cose, si è sollevato allo stato delle realtà spirituali e si è messo nella condizione di poter volare per il trionfo del bene.
Dio non è soltanto con lui e in lui: l’ha fatto Dio per delegazione. Con i piedi si trascina sulla terra, ma con la testa e il cuore pensa e respira nel cielo.
Il Patriarca card. Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII, ai suoi funerali, ha colpito nel segno definendo Monsignor Bottacin: “Anima mite inclinata all’amore delle cose celesti”.
Il programma del parroco subentrato a Mons. Buso non fu proclamato al primo incontro con i suoi fedeli, ma fedelmente vissuto giorno dopo giorno. Programma robusto che tradusse in un crescendo nella fedeltà delle piccole cose.
Tenterò di riproporre alcuni lineamenti della sua spiritualità così, come ne ho sentito parlare e, come la memoria oltre che il cuore mi dettano.
Se cappellano a Spresiano gli bastarono solo due anni per assicurargli stima e venerazione generale; a Lancenigo poi lo “adorarono”, come lui stesso si lasciò sfuggire, per poi subito ridimensionare tutto dicendo che il motivo era stato per via di quella fornace per costruire la chiesa nella frazione di Catene di Lancenigo.
Ma per cattivarsi una simpatia e venerazione così durature ci vuole dell’altro. Non basta caricarsi di una massa di lavoro e responsabilità che comportava una simile impresa. Ci vuole, non esito a dire, santità.
Quella fatta di unione con il Signore che tutti gli riconobbero fin dal suo primo incontro anche col nuovo e ultimo gregge di Chirignago. Chirignago che avrebbe avuto la sorte di godere della sua opera indefessa, eppur discreta, e soprattutto dei suoi chiarissimi esempi di virtù, per tanti e tanti anni.
Così egli non urtò le sensibilità o la suscettibilità di alcuno, anzi riscosse sempre il consenso più assoluto ed universale, anche nei momenti più cruciali e negli stessi ambienti più difficili, presso persone rispettose ma non religiose praticanti.
L’amore per i suoi fedeli lo attingeva alla fonte inesauribile, al cuore sconfinato di Dio: nella orazione che, si può dire, non gli moriva mai sulle labbra. Egli ci amava tutti di purissimo amore di Dio e per amore di Dio: tutti, sempre, e ciascuno.
E invero c’era nel sacerdote, che aveva superato la famiglia terrena, una rivalsa di amore e di dedizione: attorno al suo volto virile, dagli intagli dolorosi e duri, c’era una vaga aureola di tenerezza. L’anima che vi si accostava vi trovava come il germe di una superiore generazione.
Quell’amore, sprovvisto com’era di ogni sentimento istintivo, era più rarefatto ma più sublime di quello materno: caldo, ma limpido, generoso senza interesse, totale e moltiplicabile.
Del volto materno aveva la luce essenziale: la stanchezza e la abituale convergenza verso l’intimo non erano tali da raggelare una certa radiosità serena, simile a quella di una madre che ha generato molti figli e che, dalla dolorosa offerta, ha contratto una luce diffusa e quasi infantile.
Può darsi che a volte il sacerdote avverta nel suo segreto dei figli suoi non nati, il bagliore di un focolare che non ha voluto accendere, ma anche da questa insurrezione della sua umanità superata egli trae argomento alla nuova universale dedizione. Amava tutti, sempre, e ciascuno.
A chi, tornando in filovia da Mestre, s’era permesso di dire a voce alta: “ma non si sa che a Chirignago sono tutti ladri?” rispose forte: “E io sono il loro parroco”. Quando lo raccontava i suoi occhi brillavano di soddisfazione. Era così! Guai se fornendo qualche informazione richiesta non si usavano tutti i riguardi. Voleva la verità e non permetteva che si parlasse mancando di carità. È noto che una mamma non ha mai figli cattivi!

La carità
La carità lo fece amare da tutti. Una carità longanime, che non fa nulla di sconveniente, non tiene conto del male, non si irrita, non è invidiosa. Una carità a base di sincerità e di umiltà, di dimenticanza di sé e di continua donazione. Proprio come le qualità descritte dall’inno della carità in San Paolo nella prima lettera ai Corinti.
Non era ingenuità, non era debolezza, mancanza di intelligenza o di grinta.
La sua carità era come un prisma di cristallo alla cui luce cercava di considerare e giudicare bene tutti trattare con uguale riservata dolcezza. Metteva soggezione prima di rivolgergli parola ma subito dopo ti sentivi a tuo agio.
Quando, in qualche occasione, qualcuno gli aveva fatto notare di aver esagerato in bontà, rispondeva che anche Gesù aveva trattato così e quindi non c’era motivo di agire diversamente.
Carità di elemosine! Per cui elargì in beneficenza e in opere quanto gli spettava dell’eredità paterna; Carità per cui si spogliò del conveniente e anche del necessario per dare a chi gli sembrava più bisognoso di lui. Tutti conosciamo episodi eccezionali, ma per lui erano naturali: doveva essere così.
Carità squisita, piena di delicatezza. A chi portando, per caso lo avesse incrociato e sentendosi salutare gli avesse detto: El scusa, Bonsignor, ‘sto anno la xe andada magra, ma ‘sto anno che vien… replicava, togliendo da ogni imbarazzo ma sì caro, va ben cussì! Anca massa, grazie! Mancaria altro!
Carità con i Sacerdoti collaboratori.
La sua missione di parroco non subì alcuna interruzione. Anche in età avanzata. Pioggia o vento, brutto o bel tempo sempre primo in chiesa e ultimo a lasciarla, perché, magari, anche il custode chissà dove si era cacciato. Quando l’età non gli permise di attendere a tutto, lasciò fare ai sacerdoti cooperatori, ma consapevole della sua responsabilità desiderava essere messo al corrente di tutto e lo faceva con garbo e minimizzando: “Se no se qualchedun me domanda, cossa ghe rispondo”.
Carità per i fedeli che erano in chiesa. Era puntuale. Non gradiva ritardi. Qualche giovane cappellano si faceva un po’ desiderare prima di farsi vivo al mattino, lui aspettava, aspettava un po’ innervosendosi e poi… Vàlo ciamar! Benedetto toso! E basta, tutto finiva lì; non seguivano romanzine o strigliate, anche se accadeva di frequente.

L’umiltà
Chi ha mai saputo che era stato nominato nel 1931 Vicario Economo della Colleggiata di San Lorenzo di Mestre e che il Patriarca La Fontaine avesse avuto intenzione di promuoverlo Arciprete? Che era Vicario Foraneo ed Esaminatore prosinodale? Era schivo di tutto. Indossare gli abiti di canonico era una condanna. Non ci teneva per nulla e le poche volte che vi era costretto, era come colpito dalla febbre!
Voleva vivere nascosto; provava ed esprimeva chiaramente un profondo dispiacere quando si sentiva elogiare. In tali occasioni usava una espressione caratteristica del gesto, che faceva tacere subito chiunque azzardasse un elogio.
Nei confronti del Patriarca e dei Superiori ebbe umile sottomissione e riverenza, pronto ad eseguire disposizioni e indicazioni trovando nell’obbedienza pace. Verso le Autorità civili deferenza e rispetto.
Un uomo di Dio, un galantuomo tra gli uomini! Tutto preso dall’essenziale, ma non disattento ai bisogni spirituali e materiali dei fedeli.
Nasce l’Azione Cattolica e subito comincia con i giovani e via via con i gruppi, dai grandi ai piccoli. Lui teneva le “Adunanze” degli uomini, delle donne, delle giovani. Gruppi folti, fervorosi. La cultura religiosa era sua cura precipua. Chi non ricorda quanto ci tenesse alla “Dottrina”, così chiamavano il Catechismo. Come preparava i testi, con quale gusto ed entusiasmo curava la regia della disputa catechistica per l’inaugurazione e la conclusione delle Attività Catechistiche.
Era un avvenimento per tutti; adulti e piccoli. Era un ripasso delle Virtù teologali, cardinali, delle opere di misericordia, di come comportarsi durante la celebrazione della Messa domenicale, contro la piaga della bestemmia, ecc…
Tutto usciva dal cuore, dall’intelligenza, dall’amore. Ed era per lui un godimento offrire spiritosamente un salutare ripasso delle verità della nostra fede. Esplodeva la sua arguzia, dietro il velo della battuta umoristica insegnava e gorgogliava la sua vena poetica.
Non c’era la Messa del Fanciullo alla domenica. Andavamo in quel giorno come tutti gli altri raggiungendo le varie classi del Catechismo. L’appuntamento della Messa per i fanciulli era ogni giovedì, preceduta dalle confessioni. Il sabato era riservato alle confessioni degli adulti e pure prima e durante le Messe domenicali.
Là, quando nella prigione grumosa del confessionale, doveva affondarsi entro miserie in cui la sua ingenuità si smarriva, riusciva, pregando, a custodire nel suo intimo un’innocenza ignota. Si risollevava risentendo l’ebbrezza dei suoi orizzonti sereni, e la sua pietà si faceva più tenera per i fratelli caduti.
Al pulpito Mons. Bottacin non era un oratore, ma aveva la invidiabile qualità di saper dire in modo semplice affinché tutti comprendessero le verità più alte e difficili e si avvertiva, ascoltando, che lui credeva veramente e questa fede comunicava misteriosamente.
Varrebbe la pena osservare la raccolta di prediche, scritte da capo a fondo, raccolte in apposite cartelle, di festa in festa: il rileggere i quaderni conservati fin dal 1900, in cui raccolse i catechismi domenicali e le prediche di occasione.
Al letto dei malati, cui si recava premurosamente e con assiduità; alle famiglie presso le quali andava solo per ragioni di ministero – di rado una capatina dopo cena, a due passi dalla canonica e per un caffé nelle famiglie vicine.
Curava l’amministrazione e i rapporti con la Curia con meticolosità quasi scrupolosa. I registri, fuorché quelli prescritti, non erano fra i più moderni ma certamente aggiornati. Aveva l’abitudine di notarvi tutto e subito per non dimenticare.
Sentiva un obbligo morale di chiudere le partite sospese: un debito anche piccolo, verso persone estranee, non gli dava pace finché non fosse stato saldato.
Se fu indubbiamente uomo di preghiera e su questo punto ritorneremo più avanti perché fu la caratteristica dominante il suo segreto, certamente fu uomo anche concreto, lungimirante e solerte nel provvedere la parrocchia di quelle strutture che gli accresciuti bisogni ed esigenze di servizi più adeguati reclamavano.

La seconda guerra mondiale
Durante la II guerra mondiale Chirignago e il suo parroco ne sono duramente provati.
Bombardamento del 6 ottobre 1943 e del 28 marzo 1944; date incancellabili per chi vide e visse la tragedia di quei giorni; particolarmente grave il secondo che, oltre a mietere numerose vittime e colpire parecchie abitazioni, distrusse completamente l’Asilo e la Chiesetta di Catene, lasciando intatta la statua della Madonna.
Solo più tardi si seppe che Mons. Bottacin, in tale occasione, aveva offerto la propria vita a Dio, perché fosse risparmiato il gregge affidatogli e la Chiesa parrocchiale.
Passata la bufera della II guerra mondiale pose mano ad un’opera fondamentale: il nuovo asilo infantile dedicato al Sacro Cuore, e con i fondi del Comitato dei festeggiamenti, fece costruire un’ampia sala monumentale dedicata ai Caduti, quale patronato dei ragazzi.
Nel 1929 fa costruire la Chiesetta di Catene e l’annesso asilo infantile (il territorio parrocchiale da quel lato includeva Villabona, il Bosco, giungendo alla Rana e la popolazione aveva grave incommodo per arrivare alla parrocchiale).
Più tardi, per la preservazione delle anime giovanili, vuole un luogo di divertimento sano e affinché non sia facilmente imboccata la strada che porta alle sale da ballo – per lui una spina dolorosa! – per far fronte al pericolo morale fa costruire la sala del Cinema.
Termina la II guerra – vuole ricordare tutti i caduti! Tanti! Soldati e civili – e nello spazio retrostante la Chiesa e il Cimitero fa sistemare, entro il sagrato della Chiesa, i cippi e gli alberelli sempre verdi – rimossi dalla via della Rimembranza – ora via del Risorgimento – ritiene che la loro memoria sia meglio conservata e meno dimenticati.
Rientrano reduci e sfollati – le famiglie si ricompongono, la vita e la ricostruzione riprendono.

La nascita della parrocchia di Catene
Il parroco fa risanare le costruzioni lese, fa ampliare il Cinema e lo dota di più aggiornati impianti, con l’aiuto del Genio Civile fa ricostruire l’edificio adibito a Chiesa e l’Asilo di Catene.
Nel 1950 vi acquista una casetta per il sacerdote Curato e, nel 1951, la frazione divenuta sempre più popolosa viene eretta giuridicamente parrocchia.
Ha raggiunto la veneranda età di 79 anni, ma il suo compito non è terminato. Nel 1955 S. Em. il Patriarca viene invitato a benedire la posa della I pietra dell’erigendo Asilo di Asseggiano. L’anno dopo è al grezzo e la struttura è in fase avanzata. Nel 1957 anche Asseggiano viene Curazia autonoma.
Ha 82 anni, l’occhio ormai può osservare, senza compiacimento, le opere fiorite dai suoi sacrifici e dalle sue iniziative.
Prima di morire, la mano tremante stendeva ancora qualche appunto sottopostogli ad esame di altre opere di probabili progettazione – forse la Casa della Dottrina Cristiana – ma il Signore nei suoi disegni aveva deciso diversamente.
Quest’uomo di statura alta ed eretta, finché le sofferenze non lo incurvarono; di robusta e sana costituzione fisica, austero e severo benché nessuno l’abbia mai visto perdere la pazienza, nemmeno in quei momenti che noi avremmo giudicato necessario; silenzioso, dedito soprattutto alla preghiera seppe mettere in piedi numerose opere materiali; improvvisava poesie e brindisi pertinenti nelle occasioni particolari; dava risposte brevi ma piene di sostanza. Concedeva poco – niente a se stesso – la sua ricreazione era farsi accompagnare dai seminaristi nella cara chiesetta di San Francesco per pregare e per metà profana e metà sacra e quindi giustificata, era la musica. Amava e diffondeva la musica sacra e profana.
Se non c’era il maestro, era lui a sostituirlo. Alle prove si faceva vivo e non faceva mancare il goccio dopo la fatica per schiarire la gola.
Feste religiose e profane, accademie, concorsi corali, sagre: era fiero della corale: come dire il suo fiore all’occhiello, era fiero che si distinguesse ovunque ben figurando, godeva dei suoi successi e dei suoi riconoscimenti: c’era una punta di campanilismo.

Coltivatore di vocazioni religiose
Non ho finora detto delle numerose vocazioni maschili e femminili nate, fiorite e maturate durante il suo ministero. Se le procurava da Dio pregando, le alimentava con la preghiera e il suo esempio beneficamente inquietante e, se necessario, le sosteneva anche con l’aiuto materiale. Non era geloso che la scelta manifestata li portasse fuori Diocesi, rispettava gli orientamenti, sarebbero stati comunque a servizio del Regno: era importante che fossero buoni e bravi.
Durante i periodi delle vacanze, al rientro in parrocchia rivedeva tutti, s’interessava sugli esiti scolastici, sulle condizioni di salute e dava appuntamento per la Messa, la meditazione, la visita al SS. Sacramento, il Rosario e la lettura spirituale. Pareva non accorgersi, ma notava l’eventuale assenza. Si associava alle nostre preghiere, tornava a recitare con noi il Rosario che, chissà quante volte, aveva già detto o il Breviario.
Traggo dai ricordi di don Romeo Carniato alcune spigolature che ci consegnano l’indirizzo e il tracciato d’un itinerario che porta a Dio e con Lui vive in comunione, anche quando la vita non è certo priva di tribolazioni.
La sua era un’esistenza impastata di soprannaturale, i collegamenti diventavano naturali, ovvi.

La devozione verso la Madonna
La Madonna? Chi può dire quanto l’amasse? La nominava in tutte le salse, la pregava e suggeriva a tutti e in tutte le occasioni di amarLa e pregarLa. Nelle adunanze cominciava con l’Ave Maria e avevano sempre una conclusione felice perché c’era sempre una nuova intenzione da raccomandare per finire con una devota Ave Maria: per i poveri, gli sfollati, i soldati, i disoccupati, gli ammalati, i defunti, i bambini… Poi contento impartiva la benedizione.
Qualcuno gli fece osservare che le Litanie della Madonna non erano al loro posto migliore durante la Novena di Natale; ma lui pronto a rispondere: “ma quelle le sanno tutti”: era pratico.
Durante la celebrazione delle Messe domenicali – o era libero dal confessionale lui oppure dall’altare diceva al chierichetto “dighe che intona il Rosario” alla suora, al cappellano, al seminarista, al sacrestano, a chiunque lo sapeva dire.
Don Romeo racconta: Lo vidi una sera prendere le chiavi della Chiesa alle nove di sera. Era insolito e allora chiesi: “Dove va Monsignore?” “Se crede (era sempre discreto), venga con me”. Si andò a pregare; aveva fatto voto di tre ore di adorazione per ottenere la pioggia ai suoi contadini. E se ne dissero di Rosari!
Il rosario come stava bene tra le mani fredde di Monsignore. Ricordo di averlo ammirato quando vecchio e stanco, dopo l’imbrunire era ancora là nella Chiesa gelida e semibuia, mezzo inginocchiato e appena appoggiato al sedile del banco, con la sua corona e… perdonate!! la perla al naso.
La preghiera era come il respiro dell’anima!
Continua a raccontare don Romeo: Qualche volta era passata la mezzanotte – è tardi, diceva, ma se vuole facciamo presto a dirlo. E si voltava la sedia come fosse un inginocchiatoio. Alla festa pregava in Canonica su un suo libriccino, “se no la gente ci assedia per le confessioni” spiegava. Una volta si scusò, durante un catechismo dei vesperi, se i suoi parrocchiani li vedevano prepararsi alla Messa come raccomandava loro di disporsi alla comunione. E disse al plurale, che “noi sacerdoti si anticipa spesso la preparazione quando si prevede di non averne il tempo”; e poi che egli offriva alla Madonna il sacrificio delle confessioni ascoltate e la pregava di supplire Lei.
E così altra occasione per far entrare in testa la Madonna impartendo una lezione stupenda.
Onorava la Madonna con i fioretti, si asteneva dalla frutta il sabato: piccole cose ogni giorno.
Con quanta gioia raccontava degli ultimi capitelli innalzati alla Regina in Via Bosco, a Villabona, in via Ivancich, alla Madonetta in Valsugana.
Tutti i morti avevano un fiore: il Rosario dono della sua carità, che abbracciava tutti: “Diciamo una corona, se no la gente chiacchiera”. Spessissimo li andava ad accogliere alla Valsugana, sempre li accompagnava e dalla ferrovia alla Chiesa c’era il tempo per un “terzetto” che tutti dicevano volentieri. Quando si trattava di casi particolarmente dolorosi o di poveri voleva che fossero almeno due preti, affinché si vedesse che veramente si prendeva parte al dolore comune. Poi anche a mezzogiorno a pranzo riprendeva il discorso. E i sacerdoti commensali ricordano la cara espressione paterna di quel volto. Partecipava autenticamente e vibratamente.
Nel Signore vedeva e voleva che tutti vedessero sempre, il Padre dolcissimo, sollecito del bene e delle sue creature; specialmente quando gli animi potevano essere turbati, scossi dal dubbio e restii a capire la misteriosa provvidenza di Dio, come in qualche terribile grandinata. “Domani – disse una volta – come si fa a predicare?”. Voleva dire: come si fa a non turbare la gente ancora sotto l’impressione del disastro?
Lui dimostrava di fidarsi di Dio. Ad una donna che, il 28 marzo del 1944, gli mostrava la Chiesa di quella frazione a terra, lui osservò: “E non diciamo ogni giorno nel Pater noster: sia fatta la Tua volontà? E dunque…” Non aggiunse verbo: e poteva sembrare che il colpo lo avesse fallito, tanto che una sera, racconta don Romeo, che eravamo rimasti soli, il paese pressoché svuotato, 4400 sfollati in un baleno, solo il cimitero pieno di altre ventisei salme, azzardai la domanda “Cosa prova Monsignore?”. “Non mi pare più di essere quello di prima”, fu la risposta.

La devozione verso i Santi
Tre aveva particolarmente cari, e volle che noi seminaristi ne facessimo la lettura spirituale.
Il santo Curato d’Ars, patrono e modello dei parroci, che si sforzava di imitare.
Sant’Antonio da Padova, che aveva dato come patrono della sua fedele Asseggiano, era anche il rifugio per trovare le coserelle perdute: come i semplici.
Don Romeo dice: invitava anche me sbandato: “Dica il Si quaeris”. “Monsignore non lo so”“Neanch’io”“Ma allora cosa dice?”“Oh, basta dire con fede le due prime parole, il resto lo sa bene Lui”. Il santo per lo più mostrava di dargli ragione.
Del santo Vescovo San Francesco di Sales diceva che voleva ricopiare la mitezza, perché diceva “è meglio essere giudicati di troppa bontà che del contrario”.
Viene a proposito allora di osservare che nei suoi riguardi bisogna andar cauti prima di ripetere l’accusa che non risparmiò quel santo d’eccessiva e, talora, inopportuna bontà.
Lasciando al Signore di giudicare, possiamo e dobbiamo dire che Mons. Bottacin non guardava mai le cose dal lato terreno e naturale; aveva il metro dei santi, operava con rettissima e purissima intenzione.
In mille casi si sarebbe comportato diversamente se avesse cercato o la giustizia rigorosa o di farsi strada o di rendersi popolare.

La preparazione al celeste viaggio
“Gesù – Maria vi amo! Salvate anime!” era la sua giaculatoria preferita, che ripeteva di continuo. Forse egli stesso vedeva che la sua attività esterna si andava via via riducendo, e pensava giustamente che con tale atto di amore poteva supplire a tutto il resto e assicurare alla sua opera frutti vitali. E invero senza un’abitudine acquisita non si spiegherebbe come don Giovanni Sari, oggi parroco ad Asseggiano, abbia potuto sorprenderlo in una delle ultime sere della sua esistenza quaggiù, ripetere tre volte quell’atto d’amore “Gesù Maria vi amo! Salvate anime!”. Fu, si può dire, l’ultima sua preghiera; forse l’atto che ultimo gli si spense con la vita!
Pochi, disadorni episodi; tanti altri tralasciati, non conosciuti, dimenticati. Ho detto di lui in maniera disordinata – chiedo scusa. Tuttavia ho la speranza di avere messo sulla strada di conoscere, a chi non l’ha conosciuto, l’anima incantevole del “Bonsignor” e di aver fatto rivivere, sia pure in misura sbiadita, la “cara immagine paterna” di lui in ciò che aveva di essenziale.
Il suo metodo lo scrisse sulla sabbia, come Gesù davanti all’adultera. A me però pare che, rimanendo insondabile ai nostri sguardi per molti versi, il mistero della sua anima, è assimilabile la sua vita ad un vecchio albero da frutto che non muore.
Per concludere mi viene in mente la vecchia fontana che una volta stava in Piazza San Giorgio. Tutti profittavano, passando, per una sorsata d’acqua, per dissetarsi – non escludo che qualcuno, forse, vi abbia sputato ma non era sorta per servire a questo.
È stata rimossa dai nostri occhi, ma la polla gorgogliante scomparsa, continua sotto terra.
Che il “Bonsignor” ci benedica tutti – come faceva al termine di ogni adunanza.

mons. Odino Spolaor
commemorazione di mons. Bottacin nel cinema-teatro "Alessandro Manzoni"
accompagnata dall'esecuzione di musiche scelte del Coro "Lorenzo Perosi"
gennaio 1983


Mons. Odino Spolaor incontra Papa Giovanni Paolo II

 

Mons. Odino Spolaor, presbitero diocesano, nato a Spinea (Venezia), diocesi di Treviso, il 2 aprile 1925, fu ivi battezzato il 19 dello stesso mese. Poco dopo la sua entrata in seminario la sua famiglia si trasferì a Chirignago, dove, appena tredicenne, gli morì il padre Carlo. "Un bambino della mia Parrocchia desidera con l'anno prossimo entrare in Seminario. La famiglia, ottima sotto ogni riguardo, accondiscende volentieri al desiderio del figliuolo. Il fanciullo ha compiuto lodevolmente le classi elementari e mi pare dimostri vera vocazione al Sacerdozio". Con queste parole don Angelo Carretta, allora Parroco di Trivignano, nel 1936 presentava a mons. Umberto Ravetta, Rettore del Seminario Patriarcale di Venezia, il piccolo Odino Spolaor. In Seminario compì gli studi ginnasiali e liceali prima, teologici poi, con serietà e con profitto. Era studioso e di buona pietà, senza apparire "secchione e stucchevole". Dovunque c'era da far "cagnara" o da orchestrare qualche birboneria lo si sarebbe sempre trovato presente. Ma erano, quelle, intemperanze frutto di vivacità ed allegria, che spesso facevano sorridere gli stessi Superiori. La stima dei Superiori e dei Professori non andò mai disgiunta alla simpatia dei compagni che in lui trovarono l'amico intelligente, aperto, senza finzioni, saggio, prudente, sensibile per i problemi, di gran cuore, di animo buono, volonteroso, spigliato, coraggioso, schietto, leale ed educato. Tra gli amici il suo nome era "Bobino": nome magico che serviva per vincere la sua resistenza quando sembrava non disposto a fare un piacere che gli si chiedeva, oppure serviva per far la pace dopo qualche contrasto e incomprensione. Fu ordinato presbitero dal Patriarca Adeodato Giovanni card. Piazza O.C.D. il 27 giugno 1948 e celebrò la prima messa il 29 giugno 1948. Inviato subito come cappellano a Treporti (con parroco don Albino Tenderini), tre anni dopo fu richiamato in Seminario per l'insegnamento ed avviato allo studio di Lettere all'Università di Padova. Ebbe pure per un anno l'incarico di Vice Rettore del Seminario, incarico che dovette lasciare, perché chiamato dal Patriarca Angelo Giuseppe card. Roncalli (poi Beato Papa Giovanni XXIII) ad affiancare, in qualità di Vice Assistente provinciale delle A.C.L.I., mons. Alessio D'Este, alla cui morte, nel 1957, successe come Assistente sia provinciale che regionale. Nel 1961 fu nominato dal Patriarca Giovanni card. Urbani parroco di San Giuseppe di Mestre, in un rione popoloso da poco costituito, dove rimase dieci anni. Nel 1971 il Patriarca Albino card. Luciani (poi Servo di Dio Papa Giovanni Paolo I) lo nominò Canonico onorario del Capitolo di San Marco e Delegato diocesano per la pastorale del mondo del lavoro. Nel 1972, assieme a Suor Elisea Lazzari fondò la F.I.S.M. (Federazione Italiana Scuole Materne) di Venezia, della quale divenne primo Consulente Ecclesiastico. Successivamente ebbe altri incarichi, svolti contemporanemente e con competenza nei settori più vari della vita della Chiesa come: Responsabile dei Cappellani del lavoro; Assistente MARIPORT (Assistenza Marittimi); Delegato diocesano per la pastorale ospedaliera (1980); insegnante di Dottrina Sociale della Chiesa nello Studio Teologico del Seminario Patriarcale e nella Scuola di Teologia per le Religiose; Responsabile dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali (1983); Consulente A.P.I.Col.F. (Associazione Italiana Collaboratrici Familiari); Assistente del gruppo M.E.I.C. di Mestre (Movimento Ecclesiale Impegno Culturale); Assistente del gruppo U.C.I.I.M. di Mestre (Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi); Assistente Spirituale dell'Istituto Secolare "Unio Filiarum Dei". Quando il Patriarca di Venezia Marco card. Cè, rientrando da una visita in una fabbrica di Marghera, gli chiese timidamente la sua disponibilità per Caorle, ebbe da lui una reazione di gioia assolutamente inaspettata, come se gli avesse spalancata una finestra di luce. Fu nominato Arciprete della prestigiosa Caorle il 28 aprile 1984, dove andò volentieri, quasi ringiovanito e si mise al lavoro con tanto entusiasmo. Il giorno prima dell'ingresso, volle dal Patriarca l'ultima conferma che era il vescovo a mandarlo nel nome del Signore. Volle essere da lui benedetto in ginocchio con le parole "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi". Il 23 giugno 1984, sabato pomeriggio, dopo una mattinata di lavoro a Mestre per portare a compimento i suoi impegni di carattere sociale: un boccone in fretta e poi via, di corsa, perchè era la vigilia del Corpus Domini e ci sarebbe stato da confessare. Alle 14.00 di quel pomeriggio assolato e caldo, pochi minuti di corsa e lo schianto contro un albero, forse a causa di un colpo di sonno. Morì in quel tragico incidente stradale, a soli due mesi dalla sua nomina, vittima del suo zelo e del senso del dovere. La madre Emma era morta pochi giorni prima. Fu Arciprete di Caorle soltanto per 55 giorni, sufficienti tuttavia a farlo entrare nel cuore di tutti. Pur non prestando servizio a Chirignago don Odino era spesso presente nel suo paese, tra la sua gente: in chiesa per le diverse celebrazioni e in asilo dove era un prezioso sostegno e riferimento spirituale per le suore. È per questo che il suo prezioso calice in argento dorato è conservato in sacrestia a Chirignago e viene usato per celebrare la Santa Messa nelle occasioni più solenni. Fu ottimo sacerdote, zelante e generoso, per 36 anni, spesi tutti per gli altri: in parrocchia, in Seminario, nella pastorale della scuola, della sanità, dell'assistenza sociale soprattutto del mondo del lavoro, nelle ACLI e nelle fabbriche. Un sacerdote di profonda vita interiore e culturalmente preparato, particolarmente sensibile ai problemi dei più bisognosi, aperto alle istanze del mondo moderno, sempre però nella fedeltà assoluta alla Chiesa e al Vescovo. Tutta la sua vita fu un dono del suo corpo e del suo sangue al Padre, per i fratelli, senza mai risparmiarsi; in ascolto di Gesù, che un giorno gli disse: "Seguimi!". Non visse per sé, ma per gli altri, per la fedeltà a Dio e per ascoltare la voce di Gesù. Bruciato dall'amore. La Santa Messa esequiale fu celebrata nella Cattedrale di Caorle dal Patriarca di Venezia Marco card. Cè. All'uscita dalla chiesa la salma fu accompagnata dal canto alla Madonnina del Mare, cantata dai suoi figli di Caorle a introdurlo in Paradiso. Ad un anno dalla morte la Chiesa Veneziana ne ricordò la cara figura con una pubblicazione dal titolo "Un prete dentro la storia: mons. Odino Spolaor", presentata a Villa Elena dal Vicario Generale mons. Giuseppe Visentin e dal Rettore del Seminario mons. Giuliano Bertoli. Un suo ritratto è nella cappella del SS.mo Crocifisso a Chirignago, nel graffito raffigurante la Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci, opera di Giovanni Scaggiante. Il fratello Armando Spolaor, autore del libro di testimonianze "Gente di Chirignago" (1991, ristampato nel 2002), nato nel 1928, è cresciuto e tuttora vive a Chirignago. Da lungo tempo è attivamente impegnato in parrocchia, promotore e sostenitore, con grande generosità, di svariate iniziative.


La Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci, graffito di Giovanni Scaggiante
Cappella del SS.mo Crocifisso - Chiesa Arcipretale di Chirignago
Il sacerdote raffigurato davanti a Gesù, a destra, è mons. Odino Spolaor

 

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